“Le borgate e il dopoguerra” di Roberto Morassut

Una storia della periferia romana nell’immediato dopoguerra (1947-1952)
Francesco Sirleto - 12 maggio 2018

“Un esercito accampato nell’attesa/ di farsi cristiano nella cristiana/ città, occupa una marcita distesa/ d’erba sozza nell’accesa campagna:/ scendere anch’egli dentro la borghese/ luce spera aspettando una umana/ abitazione, esso, sardo o pugliese,/ dentro un porcile il fangoso desco/ in villaggi ciechi tra lucide chiese/ novecentesche e grattacieli./ Sotto le sue palpebre chiuse questo/ assedio di milioni di anime/ dai crani ingenui, dall’occhio lesto/ all’intesa, tra le infette marane/ della borgata”

(P. P. Pasolini, da “L’Appennino”, poesia della raccolta “Le ceneri di Gramsci”, 1957).

“Da anni andiamo sistematicamente studiando le borgate, i borghetti, le baracche di Roma: chi ci vive, quando, perché…La borgata è una sala d’aspetto. Si attende. Ma anche per vent’anni, anche per tutta una vita. Vi si arriva dal villaggio, dall’Agro romano, dalla Puglia, dalla Lucania e dalla Calabria; ma anche dai quartieri centrali della città, spinti dalla malora …, spinti e travolti cioè dal processo di proletarizzazione. Roma è il nostro laboratorio sociale. Abbiamo il terzo mondo sotto casa”

(F. Ferrarotti, “Roma da capitale a periferia”, 1970).

 

Le borgate e il dopoguerra è un bel libro, di recente pubblicazione (ed. Ponte Sisto, Roma, 2018), scritto dall’amico Roberto Morassut, il quale, tra gli attuali politici di professione (egli, di provenienza PCI, è stato segretario della Federazione romana del PDS – DS; dal 2008 nel PD e dalla stessa data deputato al Parlamento; rieletto anche nelle ultime consultazioni del 4 marzo) possiede una dote rara: legge, studia e ricerca, con criteri scientifici, al fine di restituirci la storia del dopoguerra nella Capitale e, inoltre (cosa veramente eccezionale) sa pure scrivere e raccontare quella storia in maniera chiara, avvincente e gradevole. Dico ciò non perché mi onoro della sua amicizia (pur non militando nel suo partito, al quale molte critiche sarebbero da rivolgere), ma solo per sottolineare oggettivamente la distanza, almeno sul piano culturale, esistente tra Morassut e il paradigma di “parlamentare medio” (caratterizzato da una tronfia e soddisfatta ignoranza della grammatica, della storia e della geografia, nonché delle patrie lettere) che le cronache televisive e giornalistiche si incaricano, tutti i giorni, di descrivere e di arricchire tramite innumerevoli aneddoti e citazioni.

Poiché le vicende narrate in questo libro hanno come teatro le immense e disordinate periferie romane – argomento al quale ho dedicato, nel corso delle mie molteplici attività, qualche piccolo e modesto contributo – non potevo ovviamente trascurarne la lettura che, vi assicuro, vale la pena di intraprendere. Esso ci parla di un periodo cruciale della nostra città, quello (1947-1952) nel quale maturano le scelte di politica urbanistica e si accentuano i massicci e frenetici fenomeni di insediamento sociale e di urbanizzazione selvaggia che hanno determinato, in pochi decenni, l’attuale volto della città e, di conseguenza, i gravi e acutissimi problemi ad esso legati.

Salvatore Rebecchini

Ci parla anche di personaggi che hanno giocato un ruolo rilevante, a volte molto negativo, come ad esempio il Sindaco dell’epoca, tale Salvatore Rebecchini, democristiano, legato agli ambienti più retrivi della rendita fondiaria e della finanza e della speculazione immobiliare vaticana; ma anche di personaggi positivi, come ad esempio i costruttori e gli animatori (un nome tra tanti: Nino Franchellucci) delle Consulte popolari, quelli che, in quelle disastrate periferie, organizzavano la povera gente non per fare la rivoluzione, ma al fine di avere semplici ed essenziale servizi come le strade asfaltate, un sistema fognario, le fontanelle sui marciapiedi, l’illuminazione, la scuola elementare per i figli, una farmacia, un giardino pubblico, un autobus che collegasse la borgata all’ancora lontanissima città e altre piccole cose che rendessero la vita quotidiana meno pesante.

Esso ci parla di un’immigrazione intensa e quasi inarrestabile, proveniente dalla provincia, dalla Ciociaria, dall’Abruzzo e da tutte le regioni del Mezzogiorno d’Italia, un’immigrazione che fece aumentare, in pochi anni, la popolazione romana da un milione di abitanti a 1.650.000 (dati del censimento 1951); di immigrati che andavano ad ingrossare le fila o dei disoccupati temporanei o di quell’esercito di manovali, sfruttati e sottopagati, di cui usufruivano quei “palazzinari” privi di scrupoli che, in barba ai piani urbanistici e ai regolamenti edilizi, avrebbero, nei vent’anni successivi, sommerso Roma sotto una colata di cemento. Immigrati che, pur costruendo i palazzoni con il loro duro lavoro, non potendo pagare l’affitto di un appartamento, erano costretti a costruirsi (nottetempo! Si veda il film “Il tetto” di Vittorio De Sica, 1957) la baracca a ridosso degli acquedotti o ingrossando le borgate già esistenti o costruendone di nuove.

Molti di quegli immigrati erano anche “invisibili”, nel senso che erano privi di residenza, con la conseguenza che non potevano usufruire dei più elementari diritti civili, sociali e politici garantiti ai residenti. Dobbiamo infatti sapere che, in quegli anni, era ancora in vigore (e lo rimarrà fino al 1961) la Legge fascista contro l’immigrazione n. 1092 del 1939, la quale stabiliva che una persona che aveva abbandonato il suo luogo di residenza per andare a cercare lavoro altrove, non poteva ottenere un lavoro regolare se non dimostrava un certificato di residenza nel luogo dove cercava lavoro o dove già lavorava (in nero), ma non poteva ottenere la residenza se non dimostrava di avere un lavoro regolare. Incredibile, vero? Quasi una presa in giro, ma è la pura verità.

Quella legge poté essere abrogata grazie alla grande mobilitazione suscitata dalle famose Consulte popolari che, nel libro di Morassut, assumono un ruolo veramente centrale ed importante. Dalla lettura di questo libro veniamo inoltre a sapere che, nonostante la fame, la miseria, la clandestinità in cui centinaia di migliaia di persone erano costrette a vivere, quelle stesse persone si impegnavano quotidianamente in attività politiche, sindacali, ambientali, di solidarietà nei confronti di persone più disgraziate e affamate di loro, in dimensioni tali che, oggi, abituati come siamo all’individualismo e all’indifferentismo dell’odierna società dei consumi e dello spettacolo, facciamo una gravosissima fatica ad immaginare. Basti pensare all’enorme numero di iscritti ai partiti politici e alla diffusione e al radicamento nel territorio che quegli stessi partiti (che, oltretutto, non potevano disporre oggettivamente di grandi risorse finanziarie) potevano vantare. Un esempio: nell’ottobre del 1950 la Federazione romana del PCI (la cui giurisdizione si estendeva su tutta la provincia di Roma) poteva contare ben 79.000 iscritti, distribuiti e aggregati in 75 sezioni nella città (la maggioranza delle quali nelle periferie) e 118 nella provincia, sezioni a loro volta articolate in 1.300 cellule aziendali e di strada. Se pensiamo che anche la DC, cioè il partito di maggioranza relativa al governo del Campidoglio, probabilmente aveva numeri altrettanto consistenti, e lo stesso dicasi, in proporzione, per i partiti minori, si deve concludere che, essendo la partecipazione popolare alla vita politica talmente vasta e diffusa, la democrazia, da poco tempo guadagnata con la lotta di Resistenza, rappresentava già una realtà attuale e vissuta. In ciò consiste, appunto, la contraddizione che il libro di Morassut mette bene in luce: un territorio, quello delle borgate, emarginato, degradato, difficile, caotico, “…una marcita distesa di erba sozza nell’accesa campagna …villaggi ciechi tra lucide chiese … infette marane della borgata…” (Pier Paolo Pasolini in una poesia del 1951), abitato da una popolazione povera ma cosciente dei suoi diritti, diritti da rivendicare e da affermare con una lotta dura, lunga e difficile, una lotta da dispiegare nelle fabbriche, nei cantieri, nei quartieri, nelle strade, all’interno delle Istituzioni democratiche.

Rodrigo Pais

Un’ultima nota di dettaglio su questo pregevole libro: l’apparato fotografico non sempre risulta corrispondente e adeguato agli argomenti trattati; forse sarebbe stato più opportuno attingere all’immenso patrimonio, lasciato in dote all’Università di Bologna, di quel grande fotografo di Roma e delle sue periferie che è stato Rodrigo Pais; un patrimonio che ha fornito, di recente, materiale abbondante per due grandi mostre (la prima al Museo di Roma in Trastevere e nel liceo Benedetto da Norcia, la seconda al Vittoriano) premiate da un grande successo di pubblico.

Francesco Sirleto


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