Il Rap de I Fori dar Centro

Intervista a Ramy e Fuso, due artisti emergenti che provengono dalla periferia sud-est di Roma
Elena Loche - 1 agosto 2018

I Fori dar Centro nascono a Roma il 13 ottobre 2012. Affondano le loro radici nei banchi di scuola, nella scena hip-hop del 2000 e nel passato glorioso del rap americano. La formazione originaria ne prevedeva due in più rispetto a quella attuale, ma passa il tempo, ognuno cresce e prende la sua strada. Rimangono, appassionati, Ramy e Fuso. Affrontano le difficoltà di chiunque tenti l’entrata frontale nel mondo artistico, ma raggiungono i loro obiettivi: aprono i concerti del Colle der Fomento e Kaos, di Mezzosangue, Psycho Realm, Barracuda, Aban, Clementino, Ganja Farm; incidono dischi e mix tape come Senza Compromessi (2013), FdC EP (2015), Hood Core (2017), e si accingono a far uscire il prossimo (previsto per fine 2018). La loro necessità di esprimersi in rima nasce da adolescenti, si conoscono nell’ambiente dell’hip hop romano e proseguono in questo processo di crescita tanto personale quanto artistico, condividendo obiettivi, filosofie di vita, substrato culturale e sociale, passione. Fondamentale, entrambi provengono dalla periferia sud-est di Roma.

Ramy e Fuso, un vostro nuovo disco sta per uscire, ma facciamo un passo indietro: come vi siete conosciuti, cosa vi ha legato? Qual è la vostra storia?

È sempre divertente ricordare quando ci siamo conosciuti, evitiamo aneddoti troppo specifici! Comunque ci siamo conosciuti tra il 2005 e il 2006, eravamo ad un concerto del Colle der Fomento e dei Corveleno al Pincio. Ci sentivamo già su internet perché avevamo degli amici in comune e ci scambiavamo idee, brani, spunti di riflessione. Poi abbiamo iniziato a condividere anche il pratico di questa passione, fino ad arrivare ad oggi. Abbiamo grande feeling, forse perché abbiamo vissuto esperienze, sia positive che negative, simili. E la cosa bella è che riusciamo a non sentire la necessità di scrivere da soli, perché siamo in due e in due troviamo la nostra completezza. Se avessimo avuto vissuti troppo differenti probabilmente non sarebbe andata così, ma siamo nati nella stessa zona, abbiamo sviluppato ottiche di vissuto, abbiamo affrontato problemi simili. Il difficile, lavorando in due, può essere quello di riuscire a condensare ciò che vuoi dire in magari solo 16 barre, ma la nostra fortuna è avere quella comunione di intenti che fa sì che uno inizia e l’altro finisce il concetto. Lo stesso concetto. Finché siamo stati a scuola, poi, tutti e due abbiamo vissuto la cosa come una necessità, ma tutti e due eravamo ragazzini e relegavamo la questione in un angolo di passatempo; successivamente abbiamo iniziato a frequentare il “Fuji Studio”, e ci siamo incanalati in un mondo molto più quadrato, professionale, ordinato. Non siamo più adolescenti che registrano in casa, lo Studio ci ha aiutato ad avere un’ottica più seria, di “lavoro”. Ci ha aiutato a concretizzare una passione che portavamo avanti da tempo.

Probabilmente queste radici nelle strade delle periferie romane ha fatto sviluppare in voi anche la necessità, quasi obbligata per chi ha capacità critica e di analisi della società, di parlare di tematiche sociali, culturali, di eventi controversi e delicati.

Sì, abbiamo spesso partecipato ad eventi e manifestazioni con sfondo sociale. Nel 2013, ad esempio, insieme all’associazione K.A.N.T., l’associazione culturale nata nel liceo in cui andavo (Ramy), appunto l’Immanuel Kant, abbiamo partecipato ad un progetto per il quale abbiamo girato diverse classi di diverse scuole medie della periferia romana, abbiamo parlato con i ragazzi, ci siamo mostrati con la nostra arte e abbiamo tentato di far capire loro che la loro passione potesse crescere con la loro età, sperando di trasmettere concetti puliti di crescita personale, e di spingerli ad un processo di maturazione che puntasse sulle loro forze creative più che su quegli aspetti negativi che facilmente possono prevalere in zone difficili o abbandonate a loro stesse. Oppure, nel nostro disco “Senza Compromessi”, abbiamo inciso una canzone, “Il Buio”, scritta per uno spettacolo teatrale messo in scena dalla compagnia Neno in Zona Rischio (centro sociale di Casalbertone). Tra gli attori partecipanti, c’era la cugina di Stefano Cucchi: abbiamo sostenuto questo spettacolo con lo scopo di girare il ricavato alla famiglia Cucchi, per le spese legali. Nel 2016, poi abbiamo fatto un live in un carcere minorile, e poi ci siamo tornati anche solo per parlare con i ragazzi. L’anno dopo, a Tor Sapienza, abbiamo partecipato ad un incontro nel centro di aggregazione giovanile “Antropos”, sempre con lo scopo di avere contatto con i giovani del quartiere.

Evidentemente, quindi, il contatto con la realtà è per voi fondamentale, sta nelle vostre fondamenta. Anche questo nuovo disco affronta temi simili? Parlatemi di questo progetto.

Il nuovo disco si chiamerà Passpartout. L’idea di base è quella espressa dall’immagine molto urbana della copertina: una serratura mostra i palazzoni di Tiburtino Terzo (quartiere di Fuso). Su un palo, al centro, un nostro sticker messo precedentemente senza scopo preciso se non quello del bombing. Il concetto è quello di portare tutti nella periferia e la periferia dappertutto. Questo non vuol dire parlare solo della periferia o solo di argomenti sociali e impegnativi, infatti molte cose descritte sono nostre sensazioni personali o di sana competizione come di prassi nella storia del rap. Se vieni dalla periferia, non c’è nemmeno la necessità di parlare per forza della periferia, sei tu la periferia. Portiamo la musica nella periferia e la periferia nella musica. I temi quindi sono vari, spaziamo tra il personale ed il sociale, tra l’introspezione data da un dialogo ideale con nostra madre, il posizionarci contro alcuni tipi di rap, Lella, le varie assenze che abbiamo subito nella nostra vita, ciò che ci è mancato.

Cosa intendete per “posizionarci contro alcuni tipi di rap”? Da quali tipi di rap prendete le distanze e perché?

Negli ultimi tempi si sono sviluppati generi simili e collegabili al rap, all’hip hop. Il problema è che, se da una parte ci siamo noi e chi come noi che tentiamo sempre di dare un senso a ciò che diciamo e facciamo, dall’altra parte molta gente utilizza la musica in modo più spicciolo e grossolano, trasmettendo “valori” come quello dell’avere tanti soldi o tante donne. Il rap non è più un genere alternativo come poteva esserlo qualche tempo fa, ora si ha un po’ questa concezione per cui con il rap puoi sfondare. È ovvio che piace a tutti l’idea di poter vivere della propria passione, ma l’obiettivo non può essere unicamente quello, altrimenti si perde qualità e genuinità. La cosa peggiore, poi, è che a parer nostro questo meccanismo commerciale è messo in atto anche in modo sbagliato, dando messaggi negativi ai giovani che invece crescono con quella musica nelle orecchie. Questo non vuol dire che il rap debba essere per forza di contenuto, o che il mainstream sia per forza negativo, ma bisogna sempre avere dei limiti di etica e decenza. Vestirsi da “ricconi” e vantarsi di poterlo fare ha senso in America in una periferia in cui tu, persona, non hai mai avuto peso nella società, soldi per mangiare, visibilità. In quella situazione ai giovani servi come speranza, dai effettivamente al prossimo la speranza di potersi riscattare. Qui, nella scena italiana, spesso ne fanno vanto persone che ostentano una ricchezza che hanno di famiglia, non una ricchezza guadagnata, e questo in prospettiva non può che creare disagio tra i giovani che assumono quello come obiettivo, in una società in cui il soldo è già al primo posto. In quest’altra situazione,
insomma, al giovane, soprattutto quello meno fortunato, più che speranza crei l’illusione di un modo di vivere che appartiene solo a chi nasce con la camicia. Sembra che questa gente non abbia un’appartenenza. Se non hai un’appartenenza, se non ti riconosci in una classe, non hai nemmeno nulla da dire. Noi abbiamo iniziato e ci abbiamo messo tanti anni, tanto sudore, tanto lavoro per raggiungere uno stile che ci rappresentasse e ci piacesse. Ora spesso sembra che tutto ciò sia solo uno strumento per parlare dei propri vestiti, con lo scopo di arricchirsi, essere moda, ed essere esempi di mera apparenza.

Quindi si potrebbe dire che il rap è ormai moda?

Sicuramente. Ormai le etichette puntano su questo, tutto ciò che è spendibile in estetica diventa essenziale: il rap ora viene condito di esempi che possano “fare gola” ai ragazzini, ma che in realtà non fanno altro che proporre schemi imposti dal mercato discografico. Basti pensare ad un’intervista del Danno (cantante del Colle der Fomento): lui affermava che non si sarebbe mai appoggiato ad etichette per non dover scendere a compromessi sulla propria arte per logiche di mercato. Persone con meno scrupoli, ora vengono scelte come immagine, ma in realtà si mettono solo un capo in testa che ti dica cosa fare e cosa dire. L’artista ormai è un albero di Natale, deve essere bello, accattivante, deve far innamorare le ragazze. Con questo discorso noi non vogliamo assolutamente posizionarci contro il mainstream, il rap ha avuto successo anche grazie al suo sapersi espandere oltre la nicchia, semplicemente pensiamo debbano esserci dei limiti di etica e coerenza col genere. Notiamo banalmente che chi si avvicina al rap in questi anni lo fa in modo un po’ più superficiale, pensando direttamente al successo, senza fare troppa gavetta e con meno apparente dedizione di noi o di chi in passato ci ha letteralmente studiato. Anche perché, l’hip hop è una cultura alla quale la gente dedica la vita, come noi, quindi sicuramente non va preso con leggerezza. Esistono artisti “coerenti” che si appoggiano ad etichette grosse, perché dipende tutto dalla tua impostazione mentale, come lo fai, perché lo fai, dal passato che hai che definisce la via che vorrai prendere poi.

Questa vostra serietà fa trasparire una totale dedizione nei confronti della vostra arte. Riuscite a pensare ad un lavoro che non sia quello di scrivere?

Fuso: Io non lavoro, non riesco facilmente ad immaginarmi in altre situazioni. Ramy: Io si, lavoro. Ma in ogni caso il Rap è la passione della mia vita, è il mio effettivo secondo lavoro. Stacco da lavoro e penso a cosa scrivere, penso alle prove col gruppo, perché occupa così tanto spazio nei miei pensieri, che automaticamente spicca tra tutte le altre occupazioni che potrei avere.

Torniamo alla vostra prossima uscita con Passpartout. Prima avete nominato “Lella”, e dato il momento storico possiamo immaginare l’intensità e il motivo della scelta. Come è nata in voi questa idea?

Fuso: Quando stavo in macchina con mio padre, spesso canticchiava delle canzoni, tra cui anche Lella, questa qui. A me è rimasta in mente, è rimasta dentro. Allora ho detto a Ramy, perché non tentiamo di trasformarla in un pezzo rap, un pezzo nostro? È sempre molto attuale come argomento, è il nostro modo per affrontare il problema. FdC: A prescindere dal fatto specifico, si tratta di un omicidio, e a priori è una cosa gravissima. Nel fatto specifico, la cosa è terribile perché si parla di un omicidio fatto per un rifiuto sessuale: mi dici di no, io ti uccido. Questo non è tollerabile. E la cosa meno tollerabile è che sia diventato quasi normalità. È vero, le lotte si fanno, non tutti accettiamo, ovviamente, queste aberrazioni, ma non basta ed il fenomeno va avanti. L’uomo è arrivato a pensare di poter fare ciò che vuole sulla donna, forse perché la vede come elemento più fragile, per non sappiamo che ingiustificato autoconvincimento. La violenza è violenza, cerchi il capro espiatorio su cui sfogarti, cerchi l’elemento che sia più debole, come con gli immigrati o gli omosessuali. In questo caso, però, pensiamo che la ragione sia spesso sociale, nasce dall’odio per la diversità, mentre per quanto riguarda la donna, la violenza è sia fisica che psicologica, ha una sfumatura in più. Spicca la questione “io voglio sovrastarti, tu devi tacere”.

Come pensate si possa affrontare questo fenomeno ormai terribilmente diffuso?

L’educazione culturale alla base sarebbe il minimo, è impensabile che si cresca provando odio per un alto essere umano. Forse per noi è anche un argomento più sensibile, dato che siamo vissuti tutti e due con solo donne dentro casa, per cui abbiamo per loro un rispetto quasi reverenziale. Questa può essere la prova del fatto che il modo in cui cresci influisce ed è importante. I figli spesso sono specchio della famiglia, di quello che vivi o quello che senti, ed è importante che quindi tutto sia incanalato bene durante la crescita. Anche per questo i messaggi che passano attraverso gli strumenti come la musica o la tv devono essere pesati, perché oltre all’educazione familiare deve esserci anche un contesto che non ti porti ad affossarti nell’ignoranza. Per quanto riguarda l’educazione, forse oggi c’è meno pazienza nelle famiglie: è un circolo vizioso, si lavora 12 ore al giorno in ambienti molto stressanti, si ha il problema di arrivare alla fine del mese, ogni giorno è una prova di resistenza nell’esistenza, sicuramente quando torni a casa non hai molte energie per impegnarti in altro. Quindi lasci tuo figlio davanti la tv, e contemporaneamente fuori di casa e fuori da scuola non c’è qualcosa di stabile ed ufficiale che tamponi queste mancanze, che riempia i vuoti. Esistono solo alcuni insegnanti, per lo più illuminati, che non si limitano a spiegarti la lezione del giorno ma che ogni giorno ti danno una lezione di vita, per il resto le realtà che si occupano di sociale sono abbandonate a loro stesse e alla loro condanna di essere senza fondi e con poche speranze.

Quindi ciò che proponete è una educazione più rigida?

Un’educazione già basterebbe. Non è per forza colpa dei genitori, sono una serie di cose che costringono tutti in questo disastro generazionale. Però bisogna saper reagire. Per i bambini e per gli adulti che saranno domani. Per le donne è fondamentale, come è fondamentale per loro avere la libertà di denunciare, avere la sicurezza di poter contare sulla conseguente protezione, avere la certezza di essere credute. Ha la sua influenza, chiaramente, anche il modo in cui viene presentata la donna, vista come un oggetto, per cui mi risulta normale vedere la pubblicità dei materassi la cui protagonista è una donna poco vestita sdraiata, come se la donna fosse un’esca, uno strumento.

Quale reazione sperate di far nascere nelle persone che ascolteranno Lella?

A noi basta che venga ascoltata. E per ascoltata intendiamo il messaggio della canzone, non la canzone in sé.

Come vi siete sentiti ad impersonare un assassino che parla serenamente della sua aggressività, che anzi arriva a giustificare?

È stato sicuramente un esperimento nuovo, perché nelle altre canzoni su storie realmente accadute abbiamo sempre parlato a nome della vittima. Questa volta siamo dalla parte del carnefice, è stato ancora più complesso. Se non ti arriva il senso di schifo anche con questa schiettezza, c’è qualcosa che non va. Quando l’abbiamo registrata all’uscita dello studio ci hanno chiesto se fosse successo qualcosa, perché eravamo stravolti. Idem, quando la facciamo live è dura da sostenere. Ramy – che si occupa della parte peggiore, quella del racconto efferato dell’atto -: spesso chiudo gli occhi per cantarla.

Cosa direste ad un uomo violento, a maggior ragione dopo aver interpretato una violenza del genere?

È difficile, ti ci dovresti trovare. Probabilmente prevarrebbe la rabbia nei confronti dell’ingiustizia. In generale quando vediamo persone in difficoltà reagiamo con la pancia, d’istinto, di empatia. Con le donne sicuramente siamo ancora più sensibili per come siamo cresciuti, appunto. Non si può reagire con serenità ad un’aberrazione del genere.

Per chi non ha una famiglia o non può avere educazione d’istituzione, non pensate che uno stato presente possa essere utile?

Certo, sarebbe utile che lo Stato aiutasse ad affrontare e affrontasse in prima persona le problematiche. Ma attualmente non lo fa, c’è completa assenza, per cui queste situazioni si vivono in prima persona e ognuno reagisce autonomamente. Le realtà che se ne occupano sono lasciate a loro stesse, chi nei quartieri fa da sostegno, le associazioni che trattano con i guanti il sociale e si occupano di sensibilizzare, vengono completamente abbandonate, non hanno alcun tipo di sopporto, anzi spesso si ritrovano i bastoni tra le ruote messi direttamente dalle istituzioni. Quindi alla luce dei fatti che ogni giorno vediamo in televisione o leggiamo sul giornale, un ragazzino non ha l’adeguato aiuto ad interpretare e filtrare gli atteggiamenti. Anche per questo siamo molto arrabbiati con quegli artisti che pubblicizzano valori sbagliati, perché i bambini sono spugne, ti imitano, vogliono essere come te, e questo dovrebbe essere motivo di responsabilità, non di gioia per un guadagno sterile.

Grazie ragazzi, attendiamo l’uscita del disco con la speranza che venga ascoltato con le giuste orecchie e la giusta sensibilità! Nel frattempo vi facciamo il miglior in bocca al lupo e attendiamo il video di Lella (in uscita per settembre) e del resto del disco! Stay tuned.

Elena Loche


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