‘Il più grande sogno’ di Michele Vannucci alla Biblioteca Gianni Rodari

Lunedì 19 marzo alle ore 17 proiezione/dibattito del film in via F. Tovaglieri 237/A a Roma Tor Tre Teste. Sarà presente il protagonista Mirko Frezza
Redazione - 14 marzo 2018

Lunedì 19 marzo 2018 alle ore 17 presso la Biblioteca “Gianni Rodari” in  via Francesco Tovaglieri 237/A a Roma Tor Tre Teste proiezione/dibattito del film di Michele Vannucci Il più grande sogno alla presenza del protagonista Mirko Frezza.
Il film sarà preceduto dal cortometraggio  I bambini della moschea di Alpini, Rocca, Serbandini 2016 5 min –

Alla fine del film dibattito sul film e sulle periferie romane con il protagonista e alcuni esperti del tema

Sinossi (tratta da Artwave):
A 39 anni Mirko è appena uscito dal carcere: fuori, nella periferia di Roma, lo aspetta un futuro da inventare. Quando viene eletto Presidente del comitato di quartiere, decide di sognare un’esistenza diversa. Non solo per sé e per la propria famiglia, ma anche per tutta la borgata in cui vive. Questo film racconta di un “bandito” che, aiutato dal suo migliore amico Boccione, vuol trasformare l’indifferenza del quartiere in solidarietà, l’asfalto in un rigoglioso campo di pomodori, inventandosi custode di una felicità che neanche lui sa bene come raggiungere. È la storia vera di un sogno fragile e irrazionale, capace di regalare un futuro a chi non credeva di meritarsi neanche un presente

Il più grande sogno, scritto e diretto da Michele Vannucci (con la collaborazione per la stesura della sceneggiatura di Anita Otto) presenzia e vince alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il premio “Sorriso Diverso” come migliore film italiano, per poi ottenere ulteriori nomine e riconoscimenti in altrettanti importanti festival europei. Questa fiction semi-documentaria, film di finzione che nasce dalla realtà di Mirko Frezza, essendo frutto di una produzione indipendente (Kino produzioni) non ha avuto un approccio mainstream nella distribuzione del progetto nelle grandi sale italiane (distribuito da Antani in collaborazione con Kino produzioni), al contrario, si è voluta affermare in cinema più raccolti per un confronto “faccia a faccia” tra produzione (regista, produttore e parte del cast) e pubblico dopo ogni prima visione (uscita in sala 24/11/16). Questa scelta, che trova le sue ragioni nel progetto stesso, ha dato la possibilità, di conoscere a fondo una produzione indipendente con le sue problematiche e i suoi meritati successi.

La scelta di Vannucci di raccontare la rinascita di una persona che speranza sembrava non averne, è stata la chiave per leggere il sogno di Mirko come, appunto, il più grande. La scoperta di un futuro porta il protagonista a cercare valori diversi e a sviluppare una volontà di riscatto, grazie al “sapore della normalità”. L’accettare la presidenza di quartiere (incidente scatenante del cambiamento), diventa la prima vera occasione per rifarsi una vita e al tempo stesso per recuperare il rapporto con la compagna Vittoria e le due figlie (la maggiore lo metterà perennemente alla prova). Questa è una storia di ricerca, metafora dell’esistenza umana stessa. Ecco come un ex detenuto possa essere motivo di riflessione. Infatti, la parabola di cambiamento di Mirko, è speculare a quella degli altri personaggi i quali scoprono di avere la necessità di dare un senso alle loro vite. Non si tratta di compiere grandi missioni, basta cambiare prospettiva così che a un passo alla volta si possa arrivare ad un ribaltamento concreto della propria condizione. Il più grande sogno è la prova di come grazie alla semplicità delle piccole cose, come l’ascolto e il ritrovamento con gli altri, si possa arrivare ad avere obiettivi mai immaginati prima. Una realtà apparentemente cosi lontana, come la borgata ed il carcere, diventa motivo di esempio.

Questo film è dedicato a chi ogni giorno lotta per la vita che sogna.(M.Vannucci)
“Il lungometraggio ha preso forma e vita propria dal cortometraggio di diploma (in regia al Centro Sperimentale) di Michele Vannucci nel 2012: Ci sono incontri che cambiano la percezione della nostra vita. Nell’agosto 2012 ricordo d’aver provinato decine d’attori per il mio cortometraggio di diploma di regia al Centro Sperimentale. Un giorno dalla porta d’ingresso è entrato Mirko e qualcosa mi ha portato nella sua vita. Mirko ha quarant’anni e una vita di strada alle spalle, una moglie, tre figli, una madre, un padre e un’intera borgata da sfamare. Mi ha raccontato che l’avevano eletto presidente di quartiere e che aveva aperto un centro sociale, ho capito che davanti ai miei occhi si stava scrivendo una storia che mi riguardava. Ho capito che ciò che cercava lui era ciò che cercavo anch’io da anni: un’altra vita. La storia di Mirko è il racconto di un uomo fragile in cerca di un futuro”.
“E’ affascinante vedere come un incontro abbia generato una commovente e coinvolgente storia che si districa tra dramma e commedia con estrema disinvoltura. Questo è stato possibile grazie alla profonda conoscenza instauratasi tra Frezza, da cui si sono definite le linee guida della sceneggiatura, e Vannucci. Ci è voluto molto tempo per arrivare a prodotto finito. Sin dalla stesura dello sceneggiato c’è stata una lunga ricerca e studio, dai dettagli della storia di Mirko, ai luoghi dove si sarebbe dovuta ambientare la vicenda (Vannucci è stato tre anni a vivere la vita di Mirko nel suo quartiere, la Rustica). Vannucci non aveva incluso l’idea di avere alle spalle una produzione, aveva in mano la macchina da presa, la sceneggiatura, il non-attore Mirko Frezza e l’attore Alessandro Borghi (che interpreta il migliore amico del protagonista, Boccione). Solo dopo qualche tempo si è trovato l’appoggio della Kino produzioni dando vita a una vera e propria troupe cinematografica. Il gioco che è andato creandosi è stato quello di “abbassarsi” alla realtà del quartiere e viceversa, chi viveva nel quartiere, e non aveva mai visto una macchina da presa, si è divertito ad interagire con il set. Le riprese sono durate quasi quattro intensi mesi perché l’ordine del giorno era sì di girare le scene, ma anche di improvvisare, sperimentare per arrivare al vero della borgata”.

Non abbiamo fatto un lavoro di empatia, abbiamo fatto proprio un lavoro di convivenza con queste persone, ecco perché è tutto cosi spontaneo e vero, è stata una scoperta in corso, anche per noi. (Ivana Lotito)


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