Il futuro del lavoro fra rider e Intelligenza Artificiale

La vicenda dei lavoratori di Foodora. Il caporalato digitale dentro un moderno medioevo. La IV rivoluzione industriale. Ritardi, ritardatari e ritardati della sinistra sedicente innovativa
Aldo Pirone - 14 aprile 2018

Ieri l’altro, 12 aprile 2018, il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto le richieste dei rider, i ragazzi che consegnano in bicicletta a domicilio, per conto della multinazionale tedesca Foodora, il cibo già pronto.

I sei ragazzi che si erano rivolti al tribunale chiedevano di essere riconosciuti come lavoratori dipendenti. I difensori avevano detto ai giudici che i rider erano “pagati la metà di un voucher, senza le minime tutele di sicurezza sul lavoro, controllati nei loro spostamenti i Gps del cellulare, discriminati se protestavano”. Infatti, chi aveva cercato di organizzare una qualche protesta non era stato più ammesso alle consegne. In pratica licenziato. Valerio Giordano era un rider, intervistato da “la Repubblica” racconta: “Io avevo già lavorato facendo consegne in bicicletta come pony express, pensavo che fosse qualcosa di analogo. Invece ho scoperto tutto un altro mondo. Per cominciare, non ho mai fatto una visita medica nonostante l’attività fisica fosse al centro del lavoro. E poi la gestione era totalmente diversa: non vedi i colleghi, non vedi i responsabili, non parli nemmeno con loro, ma comunichi solo tramite l’app”. Una sorta di caporalato digitale dentro un medioevo moderno. Perché il ricorso al Trbunale? Valerio spiega: “Era l’autunno del 2016, il periodo più caldo, quando si è passati da una paga di cinque euro l’ora a una retribuzione a cottimo che ci veniva proposta a 2,70 a ordine. Abbiamo cominciato a conoscerci, anzitutto, visto che molti di noi non si erano mai incontrati. Poi, dal basso, piano piano, il malumore si è trasformato in qualcosa di più strutturato. Da allora abbiamo cominciato a fare assemblee, volantinaggi. Siamo anche riusciti a strappare 3 euro e 60 a consegna”. E tutto ciò senza l’intervento del sindacato e con l’indifferenza del PD renziano il cui governo l’anno scorso bocciò un emendamento di Giorgio Airaudo e della sinistra (SI e Mdp) al jobs act dei lavoratori autonomi, votato anche dal M5s, volto alla tutela minima di questa tipologia di lavoro.

Il lavoro di rider fa parte di quell’universo di lavoretti prodotto dalla gig economy, cioè di un sistema che riesce a fare a meno, grazie alle nuove tecnologie comunicative, dei classici contratti a tempo indeterminato o alle prestazioni continuate. Vi si lavora on demand, solo quando serve. E’ l’ultima frontiera del precariato che produce i nuovi schiavi salariati che non conoscono i propri capi, i propri colleghi ma solo un’app, formalmente liberi da ogni vincolo con l’azienda committente. E, come nel caso dei rider di Foodora, non si rivolgono manco ai sindacati, ma preferiscono auto organizzarsi e ricorrere alle vie legali. Il Tribunale del lavoro di Torino si è fermato a questa formalità di rapporto di lavoro, non ha riconosciuto la sostanza di una condizione lavorativa di dipendenza controllata e assoluta. Gli avvocati dei ragazzi, Giulia Druetta e Sergio Bonetto faranno appello contro la sentenza. Dice l’avv. Bonetto: “Certamente questo pronunciamento porta indietro di ottant’anni i diritti dei lavoratori, ammettendo che si possa lavorare a cottimo in sella a una bicicletta senza alcuna tutela se non un caschetto messo a disposizione dall’azienda”.

Al polo opposto, i lavoratori e tutta la società devono fare i conti con l’incedere della intelligenza artificiale. Il prossimo 25 aprile a Bruxelles la Commissione europea presenterà un piano in proposito. La sostituzione del lavoro umano con dispositivi e robot sempre più intelligenti in grado di eseguire un’operazione chirurgica, fare una diagnosi, prescrivere le cure necessarie, guidare una macchina ecc., apre orizzonti e scenari da “2001 Odissea nello spazio”. L’UE intende investire 15 miliardi in questo campo per fronteggiare la progressione di cinesi, americani e giapponesi. L’avvento dell’IA, che è alla base della IV rivoluzione industriale fondata sulla digitalizzazione e che indubbiamente aumenterà in modo prodigioso la crescita economica e la produttività, comincia a porre anche problemi etici di non secondaria importanza. A cominciare dalla sua applicazione agli armamenti (robot killer). Si può lasciare alle macchine pensanti decisioni delicate su malattie, cure, assunzioni di personale, polizze assicurative, guida di autoveicoli nella decisione, di fronte a un eventuale incidente, se scegliere di salvare il passeggero o il pedone? Per queste ragioni, a quanto pare, la Commissione europea diretta da Juncker sta lavorando all’elaborazione di un codice etico.

Rimane il problema dell’impatto di una tecnologia così sviluppata sul mondo del lavoro. Molte occupazioni diventeranno obsolete e il lavoro si polarizzerà fra una fascia relativamente ristretta di superspecializzati ad alta forza contrattuale e una miriade di lavori a bassa qualifica, sempre più precari e occasionali con una ridotta forza contrattuale come quella dei rider di Foodora. Un moderno popolo dei Ciompi che acuirà la già grave questione sociale. Una sinistra d’ispirazione socialista, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo, dovrebbe stare in mezzo ai rider e guardare alle incipienti ulteriori trasformazioni tecnologiche per vedere come organizzare e rappresentare gli uni e affrontare le altre, inventando soluzioni ai problemi sociali che questa rivoluzione tecnologica permanente produce e produrrà. Dai nuovi modelli sindacali contrattuali e partecipativi, alla legislazione che imponga una redistribuzione del dividendo tecnologico a beneficio di tutto il mondo del lavoro; a cominciare dalla questione dell’orario, della contribuzione sociale e della lotta al far west del precariato. Inoltre appare sempre più necessario un intervento pubblico che non si limiti solo alla politica delle incentivazioni alle innovazioni tecnologiche, come, per esempio, quella dell’industria 4.0, ma si faccia promotore direttamente di nuova occupazione nei settori, come l’ambiente e il territorio, dove la “mano invisibile del mercato” rimane, appunto, non visibile.

E’ bene rammentare che nel dicembre del 1983, trentacinque anni fa, di fronte all’incipiente rivoluzione tecnologica e comunicativa – visto dove siamo oggi si trattava allora, se così si può dire, dei primi vagiti della III rivoluzione industriale fondata sull’elettronica e l’informatica – Enrico Berlinguer in una famosa intervista a Ferdinando Adornato pubblicata su “l’Unità” ricordò: “Avevo proposto circa un anno e mezzo fa, al congresso della Fgci, l’idea di un convegno di futurologia che affrontasse non soltanto i problemi dell’economia e dell’industria, ma tutto l’intero arco delle questioni del nostro futuro”. Il segretario del PCI avvertiva un ritardo: “Direi che il ritardo sta soprattutto nella consapevolezza generale del partito e della gente dell’importanza di questi temi”. Il ritardo poi è diventato congenito alla sinistra postcomunista, si è trasformato in subalternità culturale e ideale al neoliberismo. Malgrado l’innalzamento dei vessilli dell’innovazione, del cambiamento, della discontinuità, da Occhetto a D’Alema, da Veltroni a Fassino e compagni, nella prassi si è fatto tutto il contrario. Le innovazioni prodotte dalla rivoluzione tecnologica e gli effetti sociali che il suo uso padronale ha provocato, sono stati considerati come inevitabili; un dato oggettivo, naturale, come le maree o il succedersi delle stagioni, a cui acriticamente adeguarsi e non come una realtà cui da adeguare era una critica che, vedendo quelle contraddizioni, ne elaborasse i rimedi e le proposte conseguenti.  I risultati degli innovatori di sinistra li abbiamo visti.

I ritardatari sono diventati ritardati.

Aldo Pirone

 


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti