Il bicentenario della nascita di Karl Marx

“Uno spettro si aggira per l’Europa...”
Francesco Sirleto - 7 maggio 2018

L’attività vitale consapevole distingue l’uomo direttamente dall’attività vitale animale. Proprio solo per questo egli è un ente generico. Ossia è un ente consapevole, cioè ha per oggetto la sua propria vita, solo perché è precisamente un ente generico. Soltanto per questo la sua attività è una libera attività. Il lavoro estraniato sconvolge la situazione in ciò: che l’uomo, precisamente in quanto è un ente consapevole, fa della sua attività vitale, della sua essenza, solo un mezzo per la sua esistenza” (K. Marx, “Manoscritti economico – filosofici del ’44).

Ciò che Marx in un senso essenziale e significativo ha (hegelianamente) riconosciuto come l’estraniarsi dell’uomo, affonda le sue radici nel senso di privazione di ogni patria dell’uomo moderno. Esso viene risvegliato, e propriamente dalla destinazione dell’Essere, nella forma della metafisica, che lo consolida e, nello stesso tempo, lo nasconde come senso di privazione della patria. Poiché Marx, quando egli sperimenta quell’estraniarsi, raggiunge una dimensione essenziale della storia, perciò l’intuizione marxista della storia è superiore a tutte le altre “istorie” (M. Heidegger, Lettera sull’Umanismo, 1946).

…Dio!, belle bandiere/ degli Anni Quaranta!/ A sventolare una sull’altra, in una folla di tela/ povera, rosseggiante, di un rosso vero,/ che traspariva con la fulgida miseria/ delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie/ – e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto/ per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,/ ardente rosso affastellato e tremante,/ nella tenerezza eroica d’un’immortale stagione!” (P. P. Pasolini, “Le belle bandiere”, da “Poesia in forma di rosa”, 1964).

 

Il 5 maggio 2018 è stato celebrato, un po’ in sordina in verità (tranne che nella sua città natale: Treviri), il secondo centenario della nascita di Karl Marx, quel filosofo ebreo tedesco il cui pensiero ha ispirato correnti e partiti politici (socialismo, comunismo, terzomondismo), movimenti sindacali, movimenti di liberazione e di indipendenza. Un pensiero che ha influenzato profondamente l’arte, la letteratura, la scienza, il cinema (non parlo di quello sovietico e dei paesi socialisti, bensì di quello dei più avanzati stati capitalistici; un esempio per tutti: “Tempi moderni” di Charly Chaplin, vale a dire la traduzione in immagini de Il Capitale di Marx). Un pensiero che è stato preso a fondamento per la costruzione di nuovi Stati e regimi nel corso del XX sec. (Unione Sovietica, Cina, Vietnam, Cuba, e molti altri). Un pensiero che, a seguito della caduta del muro di Berlino nel 1989, e della successiva disintegrazione dell’Unione Sovietica nel 1991, e della recente trasformazione della Repubblica popolare cinese da paese comunista in paese super-capitalista, si è rivelato (almeno per quanto riguarda il progetto di edificazione di una nuova società) come una grande e a volte tragica utopia. Il pensiero di Karl Marx ha comunque dominato la scena culturale e politica mondiale per oltre un secolo, dilatando la “battaglia delle idee” al di là dei ristretti confini rappresentati dai cenacoli di intellettuali, professori universitari, specialisti e/o dilettanti della filosofia, dell’economia, della sociologia e di altre scienze (le cosiddette élites). Il pensiero di Marx è diventato pane spirituale quotidiano anche e soprattutto di operai, contadini, artigiani, giovanissimi studenti, disoccupati, disperati e sfruttati di ogni sorta e in ogni parte del mondo (le cosiddette masse). Perciò, al di là della legittima opinione di ognuno sugli effetti buoni o cattivi che esso ha provocato nella storia, non si può non tenerlo in considerazione, non si può diminuirne lo spessore e la sua capacità di attrarre milioni se non miliardi di esseri pensanti, o addirittura fingere che non sia mai esistito. Oppure imbalsamarlo e seppellirlo in un apposito capitolo dei manuali di storia della filosofia dei licei, delegando ai malcapitati docenti della relativa disciplina l’improba fatica di spiegare agli svogliati e distratti studenti dell’ultimo anno il significato di concetti quali: alienazione, concezione materialistica della storia, struttura e sovrastruttura, genesi della coscienza di classe, dittatura del proletariato, valore d’uso e valore di scambio, feticismo della merce, plusvalore, capitale variabile e capitale costante, saggio del profitto e legge della sua caduta tendenziale, ecc. Neanche sta bene che a celebrare Marx e il suo bicentenario sia stato, tra le personalità aventi responsabilità elevate, Jean Paul Juncker, Presidente della Commissione europea, vale a dire uno dei principali responsabili delle scelte sbagliate (tra le quali la completa sottomissione delle Istituzioni europee agli interessi delle multinazionali) che caratterizzano le politiche economiche dei vertici dell’Unione. Così come fa sorridere il dono che la Cina sedicente comunista ha fatto pervenire alla città di Treviri in omaggio al suo più celebre figlio: un’enorme statua alta ben 5 metri da installare nel centro cittadino; un dono che ha suscitato una discreta scia di polemiche, considerata anche la non eccelsa qualità estetica dell’opera (ricorda moltissimo quella veramente orribile fatta installare dal Comune di Roma, amministrazione Alemanno, in ricordo di Giovanni Paolo II, in piazza dei Cinquecento). Molto meglio invece, anche dal punto di vista scientifico, soffermarsi a riflettere, crocianamente, su ciò che è vivo e ciò che è morto di quel pensiero.

Per farla corta su ciò che costituisce il “cadavere” di Marx: sicuramente il suo profetismo utopico (o il suo utopismo profetico), cioè la previsione, niente affatto scientifica, dell’imminente crollo del capitalismo e della conseguente necessaria costruzione della futura società prima socialista e poi comunista. Costruzione che, oltretutto, avrebbe dovuto prendere le mosse dal paese o dai paesi capitalistici più avanzati e che, al contrario, è iniziata nel 1917 proprio da un paese ancora feudale e autocratico come la Russia zarista, ciò che spiega anche la nascita e lo sviluppo del fenomeno staliniano. In secondo luogo la sua concezione dello Stato “macchina”, uno Stato cioè che, necessariamente, essendo esso la sovrastruttura politico-giuridica della società, doveva per forza di cose essere strumento di dominio e di conservazione nelle mani della classe borghese. Forse, una più approfondita lettura di Hegel gli avrebbe consentito di evitare questo errore.

Invece, per quanto concerne la sua ancora feconda vitalità: 1) innanzitutto rimane in piedi, più viva e contraddittoria che mai, la ragione che spinse Marx a impegnare ogni sua energia nell’analisi scientifica di essa e nel progettare un qualcosa che ne costituisse il suo superamento; intendo il capitalismo, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’alienazione del lavoro, sulla riduzione del lavoro e dello stesso essere umano a merce. Il capitalismo, in questi ultimi decenni, ha accentuato i suoi peggiori aspetti, ha aumentato a dismisura la forbice tra la maggioranza di coloro che hanno poco o nulla e la minoranza di coloro che possiedono la quasi totalità delle ricchezze e delle risorse; inoltre il capitalismo, con la depredazione e l’inquinamento, ha ridotto il pianeta, cioè la natura, sull’orlo del baratro ambientale. Finché esisteranno il capitalismo e le sue insanabili contraddizioni, sarà obbligatorio, volenti o nolenti, riprendere in mano le opere di Marx, le sole in grado di fornirci strumenti di conoscenza e proposte di superamento di questo sistema economico niente affatto razionale né soprattutto armonico ed equilibrato; 2) in secondo luogo, l’identificazione dell’essenza stessa (Wesen) dell’uomo nel lavoro (un lavoro libero, consapevole, teleologico ed estetico, un lavoro come attività nella quale l’uomo realizza se stesso, unendo e sviluppando manualità e intelligenza e dando forma alla materia), costituisce, dal punto di vista teorico, il massimo e ancora attualissimo contributo offerto da Marx al patrimonio culturale dell’umanità; 3) infine ciò che distingue la filosofia marxista da tutte le altre correnti filosofiche finora esistite: la necessità di unire, in un nesso inscindibile, teoria e prassi, conoscenza della realtà e azione finalizzata alla sua trasformazione. “Finora – scrive Marx nell’undicesima tesi su Feuerbach – i filosofi si sono limitati ad interpretare diversamente il mondo; adesso si tratta di cambiarlo”.

 

P. S.: Tra le poche celebrazioni del Bicentenario, la migliore, se non altro la più vicina allo spirito di Marx, è stata quella pronunciata da Papa Francesco sulla spianata di Tor Vergata, al raduno dei neo-catecumenali: pur non citando affatto Marx, la sua invettiva contro il potere corruttore del denaro mi è sembrato che riecheggiasse certe pagine del Manifesto del partito comunista e/o de Il Capitale. L’ho capito osservando, attraverso le immagini televisive, i volti attoniti dei cardinali presenti. Lo spettro del comunismo, infatti, proprio in quanto spettro, può apparire sotto le più differenti sembianze, quindi non dobbiamo stupirci più di tanto se, da qualche anno a questa parte, si nasconde sotto la lunga veste bianca e gli occhiali e lo sguardo bonario del “papa venuto dalla fine del mondo”.

Francesco Sirleto


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