Biondo Tevere: scorre il Contratto di Fiume

La riqualificazione del Bacino del Tevere potrebbe passare dalla proposta di “Contratto di Fiume” avanzata dal Consorzio Tiberina e dall’Associazione Amici Del Tevere?
di Fabrizio Miligi - 9 novembre 2015

Un promemoria relativo a questo contratto è giunto in assemblea Capitolina il 17 febbraio di quest’anno, firmato dall’assessora Estella Marino; questo a seguito del primo annuncio nel luglio 2014, e di quello del vero e proprio Comitato Promotore nell’ottobre 2014.

Infine, con la seduta della giunta Comunale del 13 ottobre 2015, si è deliberato circa la costituzione dell’Osservatorio Tevere sul “Contratto di Fiume”, coinvolgendo vari Assessorati e presidenti di diversi Municipi allo scopo di coordinare e promuovere le attività necessarie all’attuazione dell’intero progetto.

Discutiamo di strategie e scenari relativamente all’ambito territoriale Tiberino con il Presidente del Consorzio Tiberina, l’ing. Giuseppe Maria Amendola, ed in seguito con il Coordinatore Tavolo Nazionale Contratti di Fiume prof. Massimo Bastiani, che ci spiega più in generale il concetto di Contratto di Fiume.

In tutto il mondo e anche in alcune regioni italiane, come la Lombardia, i fiumi costituiscono una risorsa, oltre che idrica, anche dal punto di vista di aggregazione sociale e culturale. A Roma invece il Tevere è considerato un problema. Perché?

Gianni Maria AmendolaGiuseppe Maria Amendola: ”La questione ha tante sfaccettature. Una possibile ricchezza, cioè la molteplicità di valenze ambientali, culturali, storiche, ricreative e di altro genere del Tevere a Roma, richiede un approccio interdisciplinare, non sempre presente nelle Istituzioni competenti.
Dall’altro a Roma si risente degli effetti, non sempre controllabili, anche di ciò che accade in circa 17.000 kmq di bacino idrografico a monte: si pensi a inquinamento, piene, trasporto di sedimenti, etc etc, anche da tutti gli affluenti.
Per passare dalla visione di problema a quella di risorsa, dal Consorzio Tiberina, che presiedo, abbiamo svolto un lavoro enorme, riuscendo a costituire il Comitato Promotore per il Contratto di Fiume del Tevere nell’area urbana di Roma e sollecitando le Istituzioni a fornire risposte sul tema.
L’Osservatorio varato dall’Amministrazione Capitolina, primo del genere in Italia, è nato dall’impulso del Consorzio Tiberina.
E’ chiaro che i problemi non si risolvono con la bacchetta magica, ma la strada è stata indicata. Indispensabile è mantenere sempre un’ottica di bacino, non di asta fluviale limitata a uno stretto intorno, tant’è che forse più corretto sarebbe parlare di Contratto Territoriale.”

Quali sono i motivi, in termini di efficienza, partecipazione e flessibilità, per i quali conviene siglare uno strumento come il Contratti di Fiume invece che demandare le opere di riqualificazione ambientale alla pianificazione istituzionale?

G.M.A.: “Sia per coordinare i contributi privati, che siano intellettuali o finanziari, sia per creare al contempo una cabina di regia, una conferenza di servizi permanente, che consenta di ovviare alla frammentazione di competenze. In mancanza di risorse pubbliche, la riqualificazione potrebbe essere realizzata in parte da investitori e concessionari. Ma molte volte essi sono spaventati dalla difficoltà di interagire con i Soggetti istituzionali preposti.”

Quali attori pubblici o privati sono individuabili come potenziali stakeholders o soggetti finanziatori del contratto di fiume?

G.M.A.: “Ci sono due distinti livelli. Col Consorzio Tiberina, che presiedo, stiamo avviando una nuova raccolta di adesioni per costituire il Segretariato del Contratto di Fiume, che è per l’appunto non un nuovo Ente, ma un accordo multilaterale pubblico-privato, e necessita dunque di una gestione organizzata, pur se partecipativa e democratica. Questo non richiederà grandi cifre e procederemo con un lancio fra gli interessati. Nel contempo, speriamo di mobilitare risorse pubbliche e private, da stakeholder di diversa natura, che, attraverso un piano d’azione condiviso, trovino certezze sia autorizzative sia di adeguato marketing territoriale in senso lato.”

Fiume Tevere

Come si struttura il progetto di un Contratto di Fiume?

Massimo BastianiMassimo Bastiani: “Innanzi tutto è bene precisare che i contratti di fiume (CdF) sono degli strumenti volontari, nel senso che le comunità locali scelgono volontariamente di utilizzarli.
Il presupposto delle volontarietà a primo approccio può sembrare una debolezza ma invece ne costituisce un punto di forza. Chi si è avvicinato al mondo del volontariato sa bene che questo tipo di attività presuppongono un impegno ed una consapevolezza maggiore rispetto a quelle che prevedono un obbligo.

La struttura di un processo di contratto di fiume è stata recentemente definita e codificata ai fini di una armonizzazione nazionale, come esito dell’esperienza fino ad oggi condotta dal Tavolo Nazionale assieme al Ministero dell’Ambiente ed ISPRA.
La prima fase del percorso di contratto prevede la diagnostica partecipativa e cioè la verifica delle problematiche sulle quali si vuole intervenire. Si tratta di una fase nella quale vanno analizzate le strategie dei soggetti le cui azioni (direttamente o indirettamente) possono incidere/incidono sul contesto fluviale (in termini prioritari di qualità delle acque, sicurezza idraulica, sistema naturale). La seconda fase riguarda la costruzione attraverso la partecipazione dello scenario strategico di quel contesto fluviale inteso come una evoluzione condivisa rispetto alle soluzioni che si intendono intraprendere nel medio lungo termine.
Infine il programma d’azione che rappresenta le azioni che concretamente il contratto di fiume realizzerà nei prossimi due, tre anni. Le azioni fino ad oggi realizzate dai CdF sono estremamente variegate e vanno dalla grande scala: recupero e bonifica di intere aree, rinaturalizzazione, interventi integrati, accordi di pianificazione per mantenere la permeabilità, ecc….; alla piccola scala manutenzione della rete microidraulica urbana, manutenzione aree rurali (agricoltori custodi del territorio)…ecc.
Le tre fasi sopra esposte costituiscono il contenuto del contratto, che deve prevedere al suo interno tempi, modi, risorse e responsabilità nella sua attuazione.
Questi sono i presupposti essenziali del modello italiano dei contratti di fiume, un modello che inizia a dare buoni frutti e ad essere apprezzato anche a livello internazionale, poiché è stato incluso nel Rapporto Mondiale sull’Acqua 2015 dell’UNESCO e ha dato vita al gruppo di azione europeo “Smart River Network che sotto l’egida della Commissione EU EIP Water e coordinato dal Tavolo Nazionale dei Contratti di Fiume.”

Come si costituisce e di quali competenze si avvale il team progettuale di un contratto di fiume?

M.B.: “Nell’esperienza fino ad oggi sviluppata in Italia, un contratto di fiume vede nell’Assemblea di fiume il suo fulcro. L’Assemblea costituisce il luogo dove si prendono le decisioni, si tratta di  un organismo di democrazia diretta e deliberativa, al quale possono aderire tutti i soggetti pubblici e privati che intendono impegnarsi direttamente nel miglioramento dei propri fiumi. All’Assemblea si affiancano la Cabina di Regia e la Segreteria Tecnico/Scientifica. La Cabina di Regia è l’organo esecutivo del contratto e solitamente è costituita dai soggetti pubblici rilevanti per l’attuazione delle misure che emergono dal percorso di contratto di fiume. Alla Cabina di Regia è inoltre  delegato il compito non semplice, di integrare le strategie dei diversi enti che la compongono. Molto spesso questa assenza di Coordinamento porta ad una bassa efficienza della pubblica amministrazione, ad interventi che si sovrappongono ed uno sperpero di denaro. La  Segreteria Tecnico/Scientifica è al servizio del processo e dei suoi organismi di gestione. La Segreteria ha il compito di contribuire alle analisi tecniche sul territorio a favorire una corretta informazione sulle problematiche e sugli strumenti d’intervento, a fornire soluzioni alternative ai problemi individuati. Molto importante è la gestione della partecipazione, che non può essere condotta attraverso incontri improvvisati ma deve avvalersi di competenze e professionalità esperte o specificatamente formate.”

Rispetto ai modelli di contratto di fiume già siglati e attuati in Europa, quale potrebbe essere secondo lei il “contratto di fiume ideale”?

M.B.: “Nello scorso mese di ottobre si è tenuto a Milano il X incontro del Tavolo Nazionale dei Contratti di Fiume, si tratta del congresso annuale che costituisce l’occasione per i contratti di fiume italiani di incontrarsi fare il punto su quanto realizzato e decidere la linea “politica” da seguire. Quest’anno il mandato delle circa 600 persone , con il contributo di Parlamentari, esponenti regionali e del Presidente della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo,  che hanno partecipato ai lavori è stato molto chiaro: “i contratti di fiume devono diventare lo strumento attraverso il quale anche in Italia deve essere possibile attuare una buona governance ambientale. Attualmente all’interno del Testo unico ambientale, approvato al Senato ed ora tornato alla Camere per la sua approvazione definitiva, abbiamo un articolo di legge che introduce i contratti di fiume nella legislazione italiana che senza snaturarne i presupposti, gli assegna il ruolo di strumenti prioritari in grado di favorire  l’attuazione di importanti direttive europee come quella Quadro sulle Acque e di quella Alluvioni.

piena-teverejpgLa domanda, per i non addetti ai lavori, potrebbe essere: perché c’è bisogno in Italia dei contratti di fiume? In questi anni abbiamo portato le nostre conoscenze scientifiche a livelli elevatissimi, abbiamo strumenti tecnologici sofisticati per intervenire e monitorare il territorio, abbiamo un quadro giuridico e legislativo tra i più vincolistici d’Europa… Eppure? Eppure, basta che piova pochi giorni consecutivi e le nostre città si allagano, disastri che producono ingenti perdite umane e di beni. All’Italia le esondazioni costano circa lo 0.7% del PIL una cifra enorme destinata a crescere.

Il contratto di fiume ideale è senza dubbio un contratto che attraverso l’utilizzo della “buona governance” vero aspetto trascurato  ormai da molti anni dalle politiche nazionale  e periferiche, ponga l’energia nella ricerca di soluzioni collettive che possano coinvolgere direttamente le comunità locali ed efficientare gli interventi degli enti. Spostare risorse dalla gestione dell’emergenza a quella della prevenzione. La cura e la manutenzione del territorio costituisce una priorità dei contratti di fiume, come anche la gestione degli ambiti perifluviali tra fiumi e città. Quest’ultimo aspetto, a mio avviso, è senz’altro una delle principali sfide di un contratto di fiume che interessi il Tevere in ambito urbano.  Un contratto di fiume ideale è un contratto che vede nella partecipazione delle comunità locali una risorsa e non un problema, un processo che dopo la riflessione e la discussione sappia passare all’azione ed alla realizzazione concreta di ciò che viene deciso.”


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