Assegnazione dell’EMA all’Olanda: i pugni sul tavolo andavano battuti prima

Invalidarla oggi, è come piangere sul latte versato
Ettore Visibelli - 2 febbraio 2018

C’è fermento da noi per la sconfitta subita dopo l’assegnazione dell’EMA (European Medicines Agency) all’Olanda, anziché all’Italia: ad Amsterdam, invece che a Milano. Invalidarne oggi l’assegnazione, è come piangere sul latte versato.

Preferirei andare con ordine, perché forse sfugge a molti quale sia il compito specifico dell’EMA e, prima di riempirsi la bocca scandalosamente come dell’ennesimo torto perpetrato ai danni dell’Italia, penso che sarebbe il caso di fare un minimo di chiarezza, partendo dal farmaco e riassumendone la vita, dalla culla alla tomba.

Le medicine, alcune delle quali si fregiano del titolo di Salvavita, nascono nell’utero della Ricerca, dopo essere state fecondate ad opera del Marketing, preposto a individuare quali siano le principali esigenze degli ammalati di qualsiasi patologia. In campo farmaceutico la ricerca non è senza condizioni, non è fine a se stessa, ma finalizzata e comandata dalle industrie del farmaco, non enti filantropici, quanto piuttosto strutture che hanno nel profitto la molla che le muove. Una unità produttiva si reggerà in piedi e si muoverà soltanto se darà un utile agli azionisti e potendo, parallelamente, continuare a investire per una crescita del business aziendale. In una parola, le Società Farmaceutiche, anche se fabbricanti di medicinali, o  altri prodotti etici, destinati alla salute o al benessere dei consumatori, non sono mosse inizialmente da filantropia, prova ne siano i farmaci, cosiddetti orfani – esistenti in natura, ma non prodotti – privi di un mercato sufficiente a coprirne le spese di fabbricazione, anche se recentemente si è capito quanto talvolta aiuti il business produrre in perdita un farmaco orfano, a beneficio dell’immagine positiva che andrà a ricadere sulla Società che se ne fa carico.

Dalla fase di ricerca, un farmaco potenziale si avvia verso una complessa sperimentazione; prima valutandone la stabilità nel tempo e l’attività in vitro, poi studiandone benefici ed effetti collaterali su animali; infine valutandone l’efficacia e le controindicazioni su volontari umani. Al completamento di un iter lungo e faticoso, il dossier del nuovo medicamento subisce l’attento processo di convalida dalla agenzia del farmaco nel Paese in cui nasce, per essere poi sottoposto al controllo e revisione dell’EMA, onde poter avere luce verde per la commercializzazione in tutti gli Stati dell’Unione Europea.

E’ nella sua espansione a livello mondiale che si configura la vita di un farmaco. La sua morte avverrà lentamente, allorché un nuovo concorrente, più idoneo a curare la stessa patologia, ne segnerà la scomparsa dai mercati internazionali, deponendolo nella tomba dell’obsolescenza.

Con la nascita della Unione Europea, la gestione del controllo farmaceutico della Comunità fu affidata alla Gran Bretagna che la collocò a Londra. Con la Brexit, era scontato che l’EU fosse costretta a ricollocare l’Agenzia – che attualmente occupa 900 dipendenti – in qualche Paese della Comunità.

Candidando Milano, l’Italia aveva molte chance di accaparrarsi l’EMA: aveva competenza, larga esperienza acquisita nella valutazione del farmaco, farmacovigilanza  e, soprattutto, una sede già pronta ad ospitare la struttura (il Pirellone, nella foto).

Quando qualcosa ci sta a cuore si ha, però, il dovere di combattere per ottenerlo: non perdere di vista l’opportunità; monitorare costantemente l’evoluzione della scelta a livello europeo e, in una parola, far  sentire la propria voce là dove la decisione sulla scelta verrà presa. A mio parere, perdendoci in chiacchiere di oziosa, sterile politica nostrana, questo lavoro di lobby non è stato condotto come l’obiettivo desiderato meritava. In una parola, è assurdo che alla fine la scelta sia avvenuta per sorteggio, quasi con la monetina a testa o croce, tra Amsterdam e Milano.

Adesso, che abbiamo perso anche questa prestigiosa partita, far rientrare dalla finestra quanto ci è scappato dalla porta, è impresa disperata. Si punta tutto sul fatto che l’Olanda non è pronta con le sovrastrutture per ottemperare al trasferimento nei tempi stabiliti, ma sarà un miracolo se, persi dietro alle elezioni di marzo, qualcuno riuscirà a convincere la Commissione Europea a tornare sui propri passi.

 

Ettore Visibelli


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