Amarcord: le api di Virgilio

Aldo Pirone - 16 aprile 2018

Nelle spietate critiche di questi giorni, a tempo scaduto, di molti esponenti di quella che fu la sinistra post comunista verso gli errori, sempre degli altri, che hanno causato la rovina attuale, qualcuno ha accennato persino al linguaggio. Un linguaggio che, divenendo sempre più oligarchico ed escludente, ha segnato, anche in questo campo, il lento declinare della sinistra. Si cominciò molto presto e con una non disprezzabile aura culturale. Nel congresso del Pds del gennaio ’97 lo slogan, suggerito da Cuperlo allora collaboratore stretto di D’Alema, fu: “Il futuro entra in noi molto prima che accada”.

Eravamo nella temperie dell’innovazione, della discontinuità, del cambiamento, sull’onda alta, direbbe Bersani, della globalizzazione gioiosamente affrontata con il “pacchetto Treu” che liberalizzava le forme contrattuali nel lavoro, preparando, in assenza d’interventi correttivi e compensativi, il radioso futuro del precariato. Il colto dirigente mitteleuropeo pensò di rappresentare questo sguardo al futuro con i versi ricordati del poeta austriaco di origine boema Rainer Maria Rilke. Versi molto apprezzati dalle élite colte e progressiste, ma non in grado di entusiasmare i lavoratori che capirono molto di più verso quale avvenire il Pds si stava incamminando dalle conclusioni congressuali di D’Alema, allora segretario, che attaccò Cofferati e la Cgil.

A rendere più chiara la comunicazione con le classi e i ceti popolari ci pensò Veltroni tre anni dopo eleggendo a slogan congressuale dei DS – tali erano diventati, nel frattempo, i postcomunisti – quell’“I care” che Don Milani aveva sì messo sulla porta della sua scuola di Barbiana, ma dopo averlo tradotto e spiegato ai suoi pochi scolari. Altra cosa erano quei milioni di subalterni che componevano ancora la base sociale del partito postcomunista che non conoscendo a menadito l’inglese non furono illuminati da quello slogan buonista sugli obiettivi che il partito veltroniano intendeva perseguire che non fossero solo quelli del libro “Cuore”.

In seguito il linguaggio di codesti innovatori è diventato sempre più lontano, per non dire astruso, dalla gente comune, avulso dalla dura realtà delle periferie sociali. A ravvivarlo un po’, bisogna riconoscerlo, intervennero le metafore bersaniane, ma ormai era tardi, i subalterni avevano già cominciato a sfollare verso altri lidi politici, animati anche da un certo rancore. Non capivano, i poverini, perché per “smacchiare il giaguaro”- cioè Berlusconi – il PD aveva pensato di farli tosare prima dal governo Monti sostenuto da quello stesso felino. “Meglio un passerotto in mano del tacchino sul tetto” andava dicendo Bersani, che poi equivaleva a “meglio un uovo oggi che la gallina domani”, solo che lavoratori e pensionati vedevano sparire dalla loro tavola, con la crisi economica incombente, uova e passerotti, mentre crescevano a dismisura e scandalosamente redditi e privilegi di ogni tipo e per ogni casta.

Anche Renzi criticò lo smacchiatore, poi, quando toccò a lui – ora il “senatore di Scandicci” lo criticano un po’ tutti, da Napolitano (esaltazione acritica ha detto) ai renziani della prima ora come Delrio (enfatizzazione eccessiva ha osservato) e Richetti – tralasciate le simpatiche metafore bersaniane, passò direttamente alle favole improntate al “tutto va bene madama la marchesa” che suscitarono un incontenibile entusiasmo, soprattutto nelle urne, fra precari, poveri, pensionati al minimo e lavoratori beneficiari del jobs act.

Nella precedente sinistra, quella del PCI, mi rammento, a proposito di linguaggio, che Luigi Longo, comandante partigiano, garibaldino di Spagna, vicesegretario e poi segretario del PCI alla morte di Togliatti, soleva raccomandare ai dirigenti comunisti che i documenti di partito dovevano essere scritti in modo tale da essere comprensibili – diceva – anche ai suoi compaesani di Fubine.

La cosa che più mi è rimasta impressa, però, sono le parole di Togliatti in un appello elettorale del 25 aprile del 1963 alla vigilia delle elezioni politiche. Si era all’indomani del boom economico, del salto storico nei consumi di massa; l’Italia in pochi anni era passata da paese agricolo-industriale a industriale-agricolo. Milioni di persone si erano spostati dalla campagna verso le industrie delle città, dal sud al nord. Gli operai e tutti i lavoratori italiani avevano lavorato sodo. Al governo, dopo l’avventura tambroniana affossata dalla rivolta antifascista nel ‘luglio del ’60, c’era un nuovo equilibrio politico di centro-sinistra poggiante su una maggioranza di cui era parte il PSI di Nenni. Togliatti seppe trovare l’accento giusto, le parole appropriate e colte nello stesso tempo per penetrare nelle loro menti e nei loro cuori.

A quelle elezioni il PCI fece un balzo in avanti guadagnando un milione di voti e 26 deputati in più. L’organo del partito “l’Unità” uscì con un titolo a nove colonne: “Vittoria”. L’affermazione era relativa ma diventava più accentuata perché la Dc perse oltre 4 punti in percentuale attestandosi sotto quel 40% che non riuscì più a raggiungere in seguito. In tempi di spostamenti elettorali minimi, quel 2,58% di incremento che portava i comunisti oltre il 25% era considerato un vero successo. A sinistra, del resto, il PSI segnò il passo a vantaggio, invece, del PSDI di Saragat che crebbe di 1,55%. A destra ciò che perse la DC lo guadagnò il PLI di Malagodi che in percentuale raddoppiò.

Ma cosa disse Togliatti ai lavoratori e al paese toccando la questione sociale?

“Il vero problema è che lo sviluppo economico finora è stato regolato, essenzialmente, dalla dura legge del profitto nell’interesse del grande capitale e dei ceti privilegiati. Il popolo ha lavorato forte. Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso, che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api, dell’amaro verso, col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: ‘Voi fate il miele oh api, ma sono altri che lo godono’.”

Le parole, seppur incisive e belle, non danno però tutto il senso di quell’intima “connessione sentimentale” fra l’intellettuale comunista e il popolo lavoratore che egli rappresenta anche perché ne conosce a fondo la condizione umana. Anche il tono con cui furono dette è indispensabile ascoltare per capire gli anni luce che hanno separato quella sinistra colta e al tempo stesso popolare dai suoi sedicenti eredi.

Aldo Pirone

 

 

 

 


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti