Aggressioni ai professori? Un problema che coinvolge lo Stato e la società

Il punto di vista di un docente
Francesco Sirleto - 23 aprile 2018

Il moltiplicarsi di episodi di aggressione nei confronti di docenti e, più in generale, di atti di bullismo che si consumano all’interno delle pareti scolastiche, ha generato, negli ultimi giorni e settimane, un dibattito vastissimo, amplificato dai cosiddetti media (giornali, televisioni, social media, ecc.), nel quale hanno fatto a gara ad intervenire giornalisti, opinionisti, editorialisti, psicologi, sociologi, tuttologi e, dulcis in fundo, conduttori e vallette televisivi.

Particolarmente “shoccante” (si fa per dire), l’intervento del noto scrittore e giornalista Michele Serra (che non mi risulta, ma forse sbaglio, essere un esperto del mondo della scuola), sulla Repubblica di venerdì 20 aprile. Insomma, moltissimi interventi di persone rispettabili, ma esterne alla scuola; pochi interventi da parte di chi nella scuola ci lavora, a partire proprio dei docenti, l’opinione dei quali, evidentemente, suscita scarso interesse nell’universo dei media. Invece sarebbe ora che i docenti, che vivono quotidianamente i problemi e i disagi (molti) così come le soddisfazioni (scarse) legate alla loro attività professionale, esprimessero in maniera netta e pubblica le loro opinioni al riguardo. Cominciamo allora con questo mio modesto contributo, sperando che moltissimi altri colleghi vogliano seguire l’esempio.

Innanzitutto è necessario (lo so che è banale dirlo, ma è anche doveroso) premettere che:

  • gli studenti, di qualsivoglia indirizzo e grado di scuola, non costituiscono una massa di “bulletti”, pronti ad aggredire ogni giorno i loro compagni di classe e i loro insegnanti; i bulli e i maleducati sono una minoranza, purtroppo una minoranza che fa danni, agli altri e a loro stessi, perché si condannano ad essere, usciti da scuola,degli emarginati e dei sorvegliati speciali se, ovviamente, le forze congiunte e alleate, di scuola e famiglia, dovessero malauguratamente fallire con i loro interventi di recupero educativo;
  • anche i genitori che si lasciano andare ad atti inconsulti di violenza nei confronti di docenti sono una minoranza, non rappresentano quindi la stragrande maggioranza di persone per bene e impegnate nel seguire, quotidianamente, lo sviluppo educativo e la crescita culturale dei loro figli, che avviene sia nella scuola che negli ambiti familiare, sociale, sportivo, ecc.

Tuttavia è necessario aggiungere che, pur rappresentando (studenti e genitori violenti) una minoranza, essi costituiscono un problema, un problema che non riguarda soltanto la scuola ma la società nel suo complesso, così come lo Stato e i suoi apparati. Molto opportunamente è stato detto e scritto che il susseguirsi di questi episodi di violenza è ascrivibile (tra le varie cause) anche ad una grave perdita di prestigio e di autorevolezza che la categoria dei docenti ha subito in questi ultimi anni (ma io estenderei il periodo agli ultimi decenni);  ritengo banale però, anche se vero, riferirsi solamente alla questione “stipendio del docente”: non bastano gli scarsi livelli retributivi (soprattutto se paragonati a quelli dei nostri colleghi UE) dei docenti a spiegare il tutto; così come non è sufficiente tirare in ballo l’argomento relativo alla mancata difesa della categoria da parte dello Stato. A mio avviso c’è di più, molto di più che una mancata difesa e una scarsa considerazione sul piano retributivo, da parte dello Stato, del ruolo e della funzione dei docenti nella società.

Non tutti sanno, neanche Michele Serra lo sa (visto che non ne fa menzione nei suoi interventi), che l’autorevolezza del docente, sia sul piano didattico che sul piano del reddito, viene continuamente minata dalla facilità con la quale le decisioni del docente possono essere messe in discussione e addirittura ribaltate.

Innumerevoli sono infatti le deliberazioni della giustizia Amministrativa che hanno dato torto ai docenti, modificando o cassando le decisioni di Consigli di Classe, degli Organi di garanzia, delle Commissioni d’esame di Stato; molto spesso con argomentazioni capziose o risibili, veri capolavori di arte “leguleia”. I repertori di sentenze pronunciate dai vari TAR o dal Consiglio di Stato stanno lì a dimostrare quanto sia agevole, se si hanno denari da spendere e un buon avvocato esperto di cavilli legali, ribaltare decisioni relative a bocciature o addirittura a singoli voti.

Così sono altrettanto innumerevoli, ma con ripercussioni ben più pesanti, le sentenze di Tribunali, Corti d’Appello o Corte di Cassazione che danno torto ai malcapitati docenti che sono incappati, sciaguratamente, in casi d’infortuni (anche lievissimi) di cui sono rimaste vittime loro studenti, e che sono stati ritenuti responsabili di “culpa in vigilando” e, di conseguenza, condannati a risarcire sia il danno che le spese legali. Per molti giudici ordinari, infatti, se uno studente aggredisce, in classe, un altro studente provocandogli un danno fisico e/o morale, la colpa non è dello studente aggressore e magari dei loro genitori (“culpa in educando”), bensì del docente che, conoscendo il carattere aggressivo dello studente bullo, non ha opportunamente vigilato e controllato impedendo così l’azione dannosa. Per gli stessi giudici se uno studente è rimasto ferito (o peggio) durante le ore notturne nel corso di una gita scolastica, è chiaro che la causa è da ricercarsi nella “culpa in vigilando” del povero docente accompagnatore: come si permette, un docente accompagnatore, alle tre di notte, di dormire nella propria stanza? Il servizio di vigilanza, per la Giurisprudenza italiana, dura infatti 24 ore! Di conseguenza il docente viene condannato a risarcire il danno. Inoltre bisogna considerare il meccanismo pazzesco e paradossale che porta a simili sentenze: infatti non viene chiamato direttamente in causa, in simili ricorsi risarcitori, il docente, bensì la scuola, la quale si difende attivando l’Avvocatura dello Stato che, in verità, non dimostra quella solerzia e quell’attenzione che sarebbe auspicabile ai fini del buon nome della scuola e, di conseguenza dello Stato di cui la scuola è un’articolazione importante. Pertanto un buon avvocato ha facile gioco nel dimostrare che il danno subito deriva da una mancata vigilanza del docente. Risultato: la scuola viene condannata a risarcire; in base al principio “solve et repete”, la scuola (nella fattispecie il MIUR) risarcisce il danneggiato e si rivale sul povero docente. I casi in cui i docenti, pur non essendo stati direttamente chiamati in causa in questi ricorsi, hanno dovuto mettere mano al portafoglio sborsando migliaia di euro (a volte hanno dovuto perfino mettere in vendita l’abitazione) a causa dell’azione di rivalsa del Ministero nei loro confronti, sono innumerevoli.

Risulta di conseguenza patetica (oltre che irrealistica) l’esclamazione o l’invocazione rivolta da molti colleghi allo Stato, affinché lo Stato si assuma il compito di difendere e tutelare la salute, il prestigio e l’onore della categoria docente. Chi, materialmente, dovrebbe tutelarli? Forse la Magistratura, sia quella amministrativa che quella ordinaria, che finora non ha fatto altro che tartassarli e impoverirli addebitando loro, nella maggioranza dei vari contenziosi, la famigerata “culpa in vigilando”? O forse il MIUR, così solerte e pronto, dopo ogni causa persa, non a resistere in appello, bensì a rivalersi sullo stipendio dell’insegnante?

E’ chiaro che, se si vuole veramente tutelare la categoria, risultano indifferibili le necessarie modifiche nella legislazione e, soprattutto, nell’applicazione delle leggi e, in quest’opera di cambiamento, sono chiamati in causa tanto il Parlamento (potere legislativo) quanto i giudici (potere giudiziario). E’ chiamata in causa, inoltre, la società nel suo complesso: se si vuole un futuro migliore per questo Paese e per i giovani, esso dipende anche e soprattutto dalla formazione delle giovani generazioni, formazione che si acquista essenzialmente dalla scuola, e nella scuola ci sono gli insegnanti, che non possono essere continuamente aggrediti, minacciati, mortificati nelle loro legittime aspettative economiche, frustrati e umiliati nel loro prestigio e nella loro onorabilità.

Un’ultima osservazione, questa a beneficio di Michele Serra, affinché ne faccia tesoro: ci sono molti modi per aggredire un docente. Lo si aggredisce non soltanto con le minacce e/o con le botte, cosa che avviene, come egli sostiene, soprattutto e più di frequente negli Istituti tecnici e professionali. Anche le minacce di azioni legali, seguite dalle stesse azioni legali, quasi sempre con richieste risarcitorie, sono aggressioni, che mortificano i poveri docenti. E quest’ultimo è il modo che si preferisce utilizzare, ahimè, soprattutto nei licei. Per Michele Serra è questione di buona educazione. Posso essere d’accordo con lui; purtroppo il risultato non cambia.

Francesco Sirleto (docente di storia e filosofia nel liceo classico Benedetto da Norcia di Roma)


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  1. Il rispetto autorevole come cifra della reciprocità relazionale

    La manifestazione bullistica di uno studente nei confronti di un insegnante sembra far esplodere una situazione tenuta a lungo sopita: l’esplosione porta infatti a livello di cronaca una serie di altri episodi che sollecitano la sensibilità dell’opinione pubblica e offrono un quadro complessivo inquietante.
    Finalmente qualche reazione meno legata alle circostanze: ci deve però “scappare il morto”, prima del morto di solito “si tira a campare”.
    La prima cosa che sarebbe da sottolineare è che gli episodi di bullismo nel contesto scolastico esistono da tempo e hanno riguardato soprattutto il rapporto fra gli studenti. Alcuni di questi episodi sono stati di una gravità inaudita, che hanno comportato il suicidio delle vittime esposte a violenza e a pubblico dileggio. Per quanto eclatanti, però, essi non hanno suscitato il clamore paragonabile a quello che deriva dalle aggressioni nei confronti di un insegnante, come quelle cui si sta assistendo da qualche tempo. Premessa e collegamento immediati di tutto questo sono state le recenti aggressioni violente anche da parte di alcuni genitori nei confronti di docenti o dirigenti scolastici, nella sede stessa della scuola: tutti questi antecedenti immediati hanno suscitato clamore perché era impossibile ignorare l’evidenza così diretta, così vis à vis di una frattura tra istituzione (la famiglia) e istituzione (la scuola), cioè tra due soggetti la cui centrale complementarietà è sempre un luogo comune indiscusso nella retorica della formazione tradizionale.
    In passato, anche nei casi di bullismo intra-studentesco , la scuola ha cercato di tenere un profilo basso, considerando quegli episodi come espressione di una scorrettezza individuale – anche grave, per carità – piuttosto che come cifra di comportamento socialmente diffuso, come sintomo di un modello di comportamento sociale progressivamente invasivo: pur essendo per altri versi qualcosa di inquietante, esso non intaccava però il “corpo” sano della scuola e della sua funzione retoricamente “centrale”. Meglio il queta non movère, finché quel corpo restava illusoriamente sano: si è così limitata la propria reazione a sanzioni individuali, non così gravi, comunque, da provocare conseguenze scolastiche importanti come la perdita di un anno scolastico, l’espulsione dalla scuola, la denuncia penale della scuola stessa o la costituzione di parte in caso di denuncia fatta dalle vittime. Così, la soglia della percezione sociale di questi fenomeni si è pericolosamente innalzata: si reagisce meno automaticamente solo quando è il “corpo docente” stesso ad essere aggredito, cioè quando l’aggressione è avvertita direttamente sulla propria pelle istituzionale, che brucia sull’immagine di sé. Allora, quel “corpo docente” e la relativa “dirigenza” ritrovano uno “spirito di corpo” che dà luogo all’esecrazione, alla domanda di intervento, di punizione esemplare, di leggi più severe, di tutela della dignità: tutte cose sacrosante ma … nel tempo sbagliato, cioè troppo tardi. Temo che i buoi siano già scappati da tempo …
    Questa differente reazione costituisce una prima critica verso il ruolo della scuola nel suo complesso: la culpa in vigilando è un disgustoso meccanismo di “scaricabarile”, ma la culpa in educando è condivisa, non può essere tutta scaricata sulle famiglie o sugli insegnanti precedenti. In una scuola progressivamente ridotta ad un “programmificio a conduzione tecnologica” questo secondo elemento viene del tutto trascurato, mi sembra.
    Per comprendere più a fondo le ragioni di questa critica occorre risalire da quelle “premesse e collegamenti immediati” a premesse e collegamenti più indiretti e lontani ma non per questo meno importanti e significativi nel mostrare l’insensibilità dell’istituzione scolastica verso il problema. Nella scuola pubblica sono diffusissimi atti di quotidiano, ordinario vandalismo nei confronti delle mura, delle suppellettili, dei servizi igienici, insomma dei beni materiali. Perché non vederli come atti di bullismo, magari “minore” come sintomo ma non per questo “inferiore” quanto al significato diagnostico? Essi sono lì, sotto gli occhi di tutti, ed hanno il vantaggio di precedere le manifestazioni “acute” anche di parecchi anni. Le scritte sui muri interni ed esterni degli edifici, sulle sedie, sui banchi e sugli armadi suscitano l’interesse dei sociologi, perché non quello della scuola? Le porte sconnesse, le suppellettili rotte, i banchi sbeccati e zeppi di “chewing-gum”, i bagni allagati e intasati, le cicche delle sigarette (oggi per fortuna solo all’esterno), costituiscono parte caratteristica del paesaggio ordinario delle scuole pubbliche, che si confonde con tutto ciò che è invece semplice usura del tempo: il degrado sociale della città si ripercuote nel degrado fisico delle scuole che, a loro volta, autorizzano o tollerano modelli di comportamento degradanti, di significativa trascuratezza verso l’ambiente in cui gli studenti e gli adulti risiedono per così tanti mattini della loro vita.
    Si entri in un ufficio di presidenza, adesso: quale singolare contrasto tra il senso di spazio, di ordine, di pulizia, di decoro, di cortese (più o meno fredda) accoglienza e il senso di disordine delle aule e dei corridoi di accesso! non il disordine creativo della cameretta domestica di uno studente (quando c’è l’ha) ma il caos della trasandatezza irresponsabile ed ecologicamente indifferente. Lo studente si permette di trattare gli oggetti scolastici in un modo che non gli è ordinariamente consentito a casa con gli oggetti domestici. Più in generale, il cittadino tratta le spiagge, i prati, la strada come mai farebbe con i pavimenti di casa propria: perché lo studente non dovrebbe fare altrettanto con la scuola pubblica, includendo in essa anche chi lavora?
    Si confronti un interno di scuola materna ed elementare (in parte anche delle scuole medie) con gli interni di una scuola superiore: come mai questo contrasto fra i colori vivaci, i disegni e il senso di “ordine disordinato” che vi regnano e il grigio-bianco monotono delle pareti di una scuola superiore, imbrattato di scritte e disegni che si sovrappongono a caso, senza alcun’altra funzione se non quella di manifestare un’urgenza espressiva quasi completamente anonima, una “bullizzazione” dell’ambiente che rispecchia la sostanza delle relazioni sociali prevalenti? Perché gli adulti convivono con queste situazioni? Perché sono così conniventi, così “incolpevoli”, e perciò non coinvolti se non nel feticcio dei loro registri e dei loro programmi?
    Non si può fare nulla? Il mio è un tentativo di indicare il contesto socioculturale in cui il bullismo relazionale è possibile (e il bullismo è una modalità relazionale, sempre e comunque), senza alcuna intenzione di fare del moralismo o addirittura di giustificare qualcosa: non sarà infatti con le sanzioni disciplinari – peraltro indispensabili come in qualsiasi fase “acuta” di una malattia, anche sociale – che il problema sarà affrontato efficacemente; se ci si limita a questo esse sposteranno il problema da “dentro” a “fuori” la scuola, contribuendo così a rendere quest’ultima ancora più indifferente al problema. (Ricordo un disgustoso episodio di aggressione da parte di un gruppo di studenti nazifascisti nei confronti di uno studente del Liceo “Orazio” di Roma, ormai tanti anni fa: il Collegio dei docenti ritenne di non dover prendere alcun provvedimento, se non una generica condanna sugli atti di violenza “da qualsiasi parte provenissero”, perché quell’aggressione – a colpi di martello sulla testa, al grido di “Odino!” – era infatti avvenuta immediatamente al di fuori del cancello scolastico).
    Con questo, intendo dichiararmi del tutto d’accordo con l’articolo di Michele Serra uscito su “la Repubblica” qualche giorni fa, oltre che con le sue risposte alle critiche (credo anche ingiuste e scorrette) che esso ha suscitato: il fenomeno esiste anche nei Licei, tra i “figli di papà” ed è profondamente ingiusto ghettizzare il “coatto” considerandolo un predestinato al bullismo, ma che siano gli Istituti tecnici a detenere il “primato” del comportamento bullistico è una constatazione amara che può essere spiegata come penso intende Serra: con una persistente differenza “di classe” nella formazione degli studenti, al di là della mobilità scolastica che consente al figlio di un operaio ad accedere ad un Liceo. In alcune scuole si offrono strumenti di analisi e conoscenza storico-sociale che non si trovano in altre. Non c’è alcuno “snobismo” in questo. Insegnare in un Liceo è ancora percepito come uno “status” diverso rispetto all’insegnamento in un tecnico-professionale, come (per diverso motivo) nella scuola elementare o media inferiore. Allo stesso modo, lo studente di un Istituto Tecnico viene ancora percepito come un minus habens rispetto allo studente liceale (classico soprattutto: non si illudano gli studenti del linguistico o del socio-economico): questa diversa formazione è funzionale alla riproduzione “tayloristica” del contesto sociale, alla quale il mercato globalizzato conferisce ulteriore dimensione. Le urgenze produttivistiche e tecnologiche di un pensiero aziendalizzato producono anomìa e una reattività sociale meramente “pavloviana”, ridotta alla sola dimensione di un io minimo nel guscio/fortezza del proprio piccolo spazio di vita mentre urge una cultura della relazione inter-soggettiva di tipo socio-eco-politico, della quale gli insegnanti sarebbero fra i potenziali portatori (ma oggi non riconosciuti e spesso forse anche inadeguati).
    Con ciò, è evidente che il bullismo è fenomeno interclassista, che ha a che vedere con una capacità di “empatìa” sociale o con una grave deprivazione di senso sociale. Antropologicamente, la cultura bullista, così contigua a quella malavitosa, non ha bisogno di alcuna scuola per riprodursi: le basta riprodurre i modelli psicosociali dei rapporti di dominio territoriale appresi in famiglia e in altre agenzie e contesti formativi, che fanno del dominio intimidente il loro modello valoriale: non lo si può considerare a-relazionale quanto piuttosto un impoverimento della relazionalità, un mancato o distorto sviluppo del cervello sociale che ha conseguenze emozionali, cognitive e comportamentali che sfuggono alle sanzioni eticamente intenzionate. Filosoficamente, la cultura bullista è incatenata nel fondo della caverna. (In un quartiere periferico di Roma Est è attualmente visibile un enorme graffito, alto quanto una parete di otto piani, che ricorda un piccolo criminale locale ucciso alcuni anni fa: un eroe del bullismo che egemonizza la banlieue della capitale. Prima o poi qualcuno riuscirà a farlo togliere ma sarà comunque troppo tardi, perché questo episodio – che non è solo episodico – esprime un modello che nel frattempo riuscito a farsi strada nell’immaginario socialmente condiviso di un quartiere).
    Il significato di quest’esempio ha a che fare con quanto accade agli insegnanti nella situazione ordinaria del loro lavoro. È ora di tornare dunque a quel docente di italiano e storia (ITALIANO E STORIA: due insegnamenti chiave nella formazione del cittadino) vittima di un’intimidazione bullista: nonostante le apparenze non credo di essermi allontanato molto da lui, perché la contestualizzazione avvicina gli eventi singoli al loro senso complessivo.
    Che cosa può fare un docente per fronteggiare le situazioni che possono degenerare in atteggiamenti come questi? Ben poco, temo, in una situazione così compromessa. Eppure, nonostante questa scarsità, una risorsa è ancora disponibile, come argine alla degenerazione scolastica e recupero del rispetto necessario alla costituzione di un ambiente vivibile. Credo che sia l’unica risorsa irrinunciabile: appartiene alla stessa identità di ruolo dell’insegnante nella sua professionalità sociale. Richiede tempo e un coraggio civile che può diventare modello di riferimento. I suoi esiti non sono immediati ma generazionali: è perciò possibile che il docente non veda i frutti di quella sua semina. Di che cosa si tratta?
    Posta la necessità istituzionale a) di una maggiore “presenza” della scuola nel proteggere il livello della convivenza civile, b) di una diminuzione del numero degli studenti per classe, c) di una formazione di base generalista per ogni tipo di scuola, che alla formazione linguistica affianchi la conoscenza delle norme di base della formazione civica – la cosiddetta “buona scuola” non ha avuto quasi nulla da dire su questo – la risorsa unica e indispensabile punta sullo sviluppo di una qualità relazionale docente-studente, che va molto oltre la funzione notarile di un controllo del “profitto” (un termine orribile per indicare i processi di apprendimento).
    La professione docente è radicalmente relazionale e si sviluppa lungo una storia piuttosto lunga, che passa di docente in docente man mano che lo studente procede nei diversi cicli della formazione e dell’istruzione. A costo di essere pedante mi limito a indicarne sinteticamente alcune caratteristiche (un modello che non rispecchia la mia affermazione professionale, sia chiaro, ma che costituisce un orizzonte di riferimento): un insegnante relazionalmente autorevole
    • riesce a suscitare desideri di conoscenza, diventando autorevole per un numero sufficiente di studenti, “erotico” quanto basta per essere protetto dai tentativi di prevaricazione del singolo studente, oltre che di proteggere gli stessi “suoi” studenti dal senso di smarrimento di fronte all’intimidazione non supportata da alcuna forma di protezione scolastica, sia valoriale che disciplinare.
    • si basa sulla solidarietà dei suoi studenti e su quella dei suoi colleghi (mi domando quanta assenza di solidarietà quotidiana abbia nutrito il senso di isolamento che si percepisce leggendo la narrazione di quella cronaca, come di altre più o meno simili).
    • si basa sulla reciprocità del rispetto interpersonale, molto più che su una presunta e illusoria superiorità del suo “status”, oggi chiaramente in declino. Comunica ai suoi studenti l’importanza della loro presenza nell’orizzonte del suo impegno come formatore
    • si pone consapevolmente come modello intellettuale, evidenziando l’importanza di questa figura nel contesto storico-sociale attuale.
    Guarderei alla storia di quell’evento bullistico alla luce di domande che si possono formulare sulla falsariga di questi punti. Ho insegnato nella scuola media inferiore e superiore di scuole della periferia Est e Nord-Est di Roma: ho cercato di “inventarmi” come insegnante (e non è affatto detto che ci sia riuscito sempre e con tutti gli studenti: mi sono sentito amato da alcuni e odiato da altri). Qualche studentessa del “professionale” di Tor Sapienza dove lavoravo è stata scelta come comparsa nel film “la Scuola”. Una cosa che ho imparato, nonostante certe mie scivolate “snobistiche” da intellettuale con digestione difficile, è stata di non disprezzare il coatto, anche se ha incontrato quella trasformazione antropologica verso il consumismo, che Pasolini aveva profeticamente annunciato.

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