4 aprile 1968. A 50 anni dalla morte di Martin Luther King

Di fronte alla recrudescenza odierna di fenomeni di razzismo e xenofobia è giusto ricordare uomini illuminati che, con la loro testimonianza, hanno cercato di superare incomprensioni e pregiudizi
Luciano Di Pietrantonio - 3 aprile 2018

E’ utile ricordare qualche avvenimento o personaggio significativo del 1968, cioè di mezzo secolo fa? Probabilmente si, anche se è un impresa molto difficile. Alcune vicende di quel periodo storico, politico, sociale e ideale, sono ancora oggi, di grande attualità, e forse per questo, è bene farne memoria.

Nel 1968, solo per richiamare alcune circostanze: si manifestava con forza la contestazione giovanile in Francia, Germania, Italia, continuava la discussa e impopolare guerra del Vietnam, si affermava la rivoluzione culturale di Mao in Cina, la fine della “primavera” di Praga, all’epoca capitale della Cecoslovacchia, accadimenti che hanno avuto notevoli riflessi nei decenni successivi. In particolare in Italia, dopo 50 anni, non si può non rammentare, ad esempio, il terremoto del Belice in Sicilia, con 370 morti e circa 70 mila sfollati, la legge 444/1968 che ha istituito la scuola materna statale e la scomparsa a San Giovanni Rotondo del frate cappuccino Padre Pio, canonizzato nel 2002, da Papa Giovanni Paolo II. Negli Stati Uniti a Memphis viene assassinato a colpi d’arma da fuoco Martin Luther King, il “padre dei diritti civili degli afroamericani”, dopo due mesi analoga sorte per il candidato democratico alla Presidenza degli S. U. Robert Kennedy. fratello di John, che veniva ucciso a Los Angeles. A novembre, il repubblicano Richard Nixon è eletto 37° Presidente degli Stati Uniti.

Ma chi era Martin Luther King? Nato ad Atlanta, Georgia, il 15 gennaio 1929, è stato un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader del Movimento per i diritti civili degli afroamericani. A venticinque anni, diventò pastore di una città nel profondo Sud degli Stati Uniti, dove la situazione razziale era tra le più dure, e la situazione di segregazione e negazione dei più elementari diritti civili, alla comunità nera a Montgomery, creavano stati di tensione molto pericolosi. Questa esperienza di vita per King fu fondamentale per il suo impegno pastorale, sociale e politico negli anni successivi. Non a caso la sua lotta contro ogni sorta di pregiudizio etnico non conobbe tregua, fino alla sua morte prematura, avvenuta a soli 39 anni. Era diventato il simbolo della lotta contro ogni ingiustizia.

Insieme con il grande leader indiano, Mahatma Gandhi (assassinato nel 1948 a Nuova Delhi) è considerato uno dei padri della nonviolenza, il metodo di lotta democratica che consiste nell’evitare ogni ricorso alle armi e alle azioni di forza. Anzichè far andare le mani, si protesta pacificamente. Un sistema è il cosiddetto “boicottaggio” che comporta il rifiuto di acquistare alcuni beni o di ricorrere a determinati servizi quando i produttori o i produttori si comportano in maniera scorretta.

Il discorso più famoso di King, che conteneva la celebre frase “I have a dream” cioè “Ho un sogno” si tiene a Washington, il 28 agosto 1963, in occasione di una grande manifestazione per i diritti civili, davanti a una folla di 200mila persone. Nell’appassionato discorso King chiede semplicemente giustizia e eguaglianza e sogna “che i miei quattro bambini vivano un giorno in una nazione dove non saranno giudicati dal colore della pelle, ma per chi sono nel cuore”. L’anno successivo, 1964, viene approvata dal Congresso, la legge per i diritti civili (Civil rights act) che aboliva la discriminazione nei servizi pubblici di ogni genere, alberghi e motel, ristoranti e stadi, teatri, biblioteche pubbliche, nel lavoro e nei sindacati dei lavoratori.

Nello stesso anno gli era stato attribuito il premio Nobel per la pace: un riconoscimento di straordinaria importanza, che per lui rappresentava uno stimolo per impegnarsi ancora di più, con determinazione e coraggio. La sua voce, per esempio, si era levata contro la guerra che gli USA stavano combattendo in Vietnam.

Il 4 aprile 1968, a Memphis, la città del Tennessee, dove Martin Luther King era andato a portare solidarietà ai lavoratori in sciopero, usci sul balcone del secondo piano del Motel , dove alloggiava, e venne colpito da un colpo di fucile di precisione alla testa. Su richiesta della vedova Coretta King, al funerale del marito, fu letto un sermone, una sorta di testamento, nel quale King chiedeva che “il suo funerale si svolgesse con grande semplicità: la sua bara fu trascinata da un carro con due asinelli, così come espressamente richiesto da lui, quando era ancora in vita. Poi non volle che fossero menzionati i suoi premi o altri onori che aveva ricevuto; chiese solo di essere ricordato come chi aveva cercato di dare da mangiare agli affamati, coprire coloro che non avevano i vestiti, essere chiaro e duro sulla questione guerra in Vietnam e infine “amare e servire l’umanità”.

Image by © Bob Adelman/Corbis

Come viene ricordato oggi il grande padre della nonviolenza? E’ stato istituito il Martin Luther King Day, una festività nazionale statunitense in onore dell’attivista e Premio Nobel per la Pace che si celebra il terzo lunedì di gennaio, un giorno vicino al 15 gennaio, giorno della sua nascita. Questa festa, fu votata dalla Camera e dal Senato americano nel 1983, e firmata dal Presidente Ronald Reagan. Non tutti gli stati riconobbero subito questa festività, e alcuni la celebravano con nomi diversi. Il 18 gennaio 1993, il Martin Luther King Day venne celebrato per la prima volta in tutti gli Stati della Confederazione.

Significativo, in occasione del 50° anniversario della morte di King è l’appello dei Vescovi Usa, che hanno scritto: “ Riflettendo sulla vita e sul lavoro del reverendo Martin Luther King dobbiamo chiederci se stiamo facendo tutto il possibile per costruire la cultura dell’amore, del rispetto e della pace a cui il Vangelo ci chiama”. I Vescovi americani nel 50° anniversario dell’assassinio del padre dei diritti civili si domandano: quali azioni mettere in campo “nell’interesse dei nostri fratelli e sorelle che soffrono ancora sotto il peso del razzismo”. La Conferenza episcopale statunitense “considera la vita di Luther King un esempio e un’ispirazione proprio per quel principio di resistenza non violenta che ha animato sempre la sua esistenza e le sue battaglie, anche di fronte alle minacce e al ridicolo di cui veniva coperto, all’acquiescenza del potere.”

Oggi che razzismo e xenofobia, anche in seguito ai flussi migratori, che caratterizzano forme di lotta politica e alimentano nuove paure, sembrano essersi nuovamente radicati nelle menti e nei cuori delle persone, per questo è anche più giusto ricordare uomini illuminati, che con la loro testimonianza hanno cercato di superare incomprensioni e pregiudizi.

Luciano Di Pietrantonio


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