A venti anni dalla morte di don Luigi Di Liegro “il prete degli ultimi”

Luciano Di Pietrantonio - 11 ottobre 2017

Sono passati due decenni dalla scomparsa di don Luigi Di Liegro, aveva quasi 69 anni, ed era considerato il prete degli ultimi, il fondatore e primo direttore della Caritas Diocesana di Roma.

Era domenica, il 12 ottobre 1997, all’Ospedale San Raffaele di Milano, dove don Di Liegro doveva essere sottoposto ad accertamenti. Una morte improvvisa e inaspettata, che sconvolse tanti e tanti romani e non solo, che testimoniarono con la loro presenza ai funerali nella Basilica di San Giovanni in Laterano gremita all’inverosimile: uomini e donne di ogni ceto sociale, autorità, clero e molti persone umili, per le quali don Luigi aveva speso quasi tutta la sua vita di sacerdote di frontiera, e spesso considerato dal potere un “prete scomodo”. L’estremo saluto nella Basilica Lateranense, a don Luigi rappresentò simbolicamente, con la presenza del Capo dello Stato Scalfaro e del Presidente del Consiglio Prodi, l’affetto e la vicinanza del nostro paese a un sacerdote che aveva testimoniato realmente i valori della solidarietà con la propria esistenza.

Questo prete nato a Gaeta, il 16 ottobre 1928, ultimo di otto figli, da una povera famiglia di emigranti, si trasferì dalla sorella suora a Roma, dove ancora giovanissimo manifestò la sua vocazione sacerdotale, ( studiò al Santuario del Divino Amore e successivamente al Pontificio Seminario di Roma), ordinato sacerdote nel 1953, dopo quarantaquattro anni di vita consacrata è tornato alla Casa del Padre. Eppure per molti che lo hanno conosciuto, sembra non essere mai andato via, perché i suoi insegnamenti, le sue realizzazioni, e la sua feconda e incisiva testimonianza per gli ultimi, è stata sempre presente nella vita e nei pensieri di tante persone in questi venti anni. Anzi molti ne hanno sentito parlare e indirettamente hanno conosciuto don Luigi, proprio attraverso le opere della Caritas, per le quali tanto si è speso, per realizzare a Roma una rete di protezione sociale per le persone più fragili e per gli esclusi, come i centri di ascolto, le mense, i poliambulatori, le case – alloggio, ed altri servizi di accoglienza  per aiutare chi si trova in difficoltà.

Don Luigi Di Liegro è stato un esempio vivente, un punto di riferimento per credenti e non credenti, nella seconda metà del secolo scorso nella città di Roma e non solo, di come doveva essere vissuto l’insegnamento del Vangelo, per combattere l’emarginazione di chi soffre e non sa a chi rivolgersi, e soprattutto per difendere i diritti degli ultimi. Il concetto di carità cristiana è stata quella che promuove solidarietà e lotta contro le disuguaglianze, per restituire dignità a coloro che ne sono privi. Per don Luigi questi concetti e questi atteggiamenti sono stati la pietra angolare, cioè il fondamento e l’elemento portante di tutto il suo apostolato da presbitero.

Don Luigi Di Liegro

Le prime esperienze pastorali, subito dopo l’ordinazione, furono in una parrocchia di periferia al Prenestino,  San Leone I, come vice parroco, dove svolse una grande attività di educatore, formatore,  e assistente dei giovani dell’Azione Cattolica, poi al Centro Diocesano, con il Movimento Lavoratori della Giac che si richiamavano alla Joc, la Gioventù operaia cristiana. I primi incarichi in Vicariato, tra gli altri, la creazione di una nuova organizzazione della Diocesi di Roma, con una composizione che tenesse conto del decentramento amministrativo capitolino, che in quel periodo si stava completando, articolando le parrocchie in cinque “settori”, a loro volta divisi in “prefetture” per rispondere alle esigenze dei bisogni socio – caritativi della città. La preparazione e lo svolgimento del convegno del febbraio 1974, chiamato impropriamente “i mali di Roma”, di cui fu uno dei principali protagonisti,  ebbe una notevole risonanza nazionale anche attraverso i media. Successivamente di nuovo in periferia, nella nascente comunità di Giano come parroco, una piccola borgata in prossimità di Ostia, sulla via del Mare, e quindi la nascita della Caritas, alla fine del 1979, dove ricoprì l’incarico di primo direttore, ma di fatto fu l’animatore e l’ideatore di questa grande  realtà conciliare, che oggi conosciamo.

Quali sono le opere e i servizi più significativi, fra le tante, realizzate dalla Caritas sotto la direzione di don Luigi Di Liegro?

Ognuno ha una storia, una trattativa, un confronto e quindi la realizzazione, ma quante fatiche, quante delusioni, quante amarezze prima di vedere i singoli progetti realizzati e usufruibili dalle persone in difficoltà! Una delle prime realizzazioni è stata la Mensa diurna di Colle Oppio, intitolata  a Papa Giovanni Paolo II,  che visitò il sito e pronunciò un memorabile discorso, definendo Don Luigi il “profeta degli ultimi”, poi l’Ostello di via Marsala” alla Stazione Termini. Una struttura con circa 200 letto, una mensa serale e servizi di diversa natura. Nel corso dell’Anno Giubilare della Misericordia, l’Ostello, che è dedicato a Don Luigi, ha avuto il previlegio di avere la “Porta Santa”, aperta da Papa Francesco.

Una sfida, ma soprattutto una grande battaglia di civiltà che ha investito tutta la città eterna, è stata quella all’inizio degli anni ‘90, per l’apertura di una Casa Famiglia per malati di  AIDS nel Parco di Villa Glori, dove gli abitanti dei Parioli non accettavano questa soluzione, perché spaventati dall’idea di ritrovarsi con questo tipo di malattia nel loro quartiere.

La Casa di Santa Giacinta, in via Casilina Vecchia, nei pressi del Ponte Casilino, per l’accoglienza di uomini e donne senza fissa dimora, da alcuni anni è stato anche aperto un “Emporio della Solidarietà”, per la distribuzione di generi alimentari di prima necessità per persone e famiglie bisognose. Questa casa è stata una “realizzazione” avvenuta dopo l’occupazione dell’ex Pastificio Pantanella, sulla via Casilina, fra Porta Maggiore e il Pigneto. La città di Roma era impreparata ed accogliere immigrati asiatici e nordafricani, di diverse etnie e religioni, e la vicenda dell’ex Pastificio mise in luce i limiti, di un emergenza sottovalutata e poco considerata. La legge Martelli che regolava  l’immigrazione, entrata in vigore all’inizio degli anni ‘90, era solo un punto di partenza.

Il ruolo di mediatore politico e culturale di don Luigi, fu fondamentale in quel periodo dell’occupazione, fino allo sgombero, avvenuto senza alcun incidente; certamente fu la più grande occupazione di extracomunitari a Roma, in certi periodi le presenze arrivarono a 2.500/3.000 persone. Va ricordata la grande capacità di aggregazione e di collaborazione, che “il prete degli ultimi”, riusciva a realizzare fra istituzioni, volontariato e aziende pubbliche e private, in modo particolare con il Comune di Roma e la Ferrovie dello Stato.

A venti anni dalla scomparsa, don Luigi Di Liegro verrà ricordato con una Celebrazione Eucaristica, come tutti gli anni nella Basilica dei SS. Apostoli, il 12 ottobre, dalla Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro Onlus in collaborazione con la Caritas di Roma, presiederà Mons. Angelo De Donatis, Vicario Generale del Papa per la Diocesi di Roma.

In questo periodo è stato pubblicato un nuovo libro: “20 anni senza monsignor Di Liegro: una lezione altissima per Roma”, una raccolta di scritti, anche inediti, curata da Vittorio Roidi, che ha ricercato nella biblioteca della Fondazione Di Liegro, che ha anche oltre al volontariato, la missione di mantenere vivo il pensiero e le idee del “grande prete romano”. Nel libro si evince che: “Se c’è stato un precursore di Papa Francesco, se c’è un prete  il cui percorso assomiglia al suo – Bergoglio nelle periferie argentine, lui nelle borgate romane – non può che chiamarsi Luigi Di Liegro. Da qui anche l’invito di mons. Enrico Feroci, con un editoriale sull’Avvenire, che ricordando Di Liegro, sostiene: “Della sua vita, del suo pensiero, ci resta questo insegnamento che ha saputo offrire attraverso le opere concrete. Facciamone tesoro.”

Ecco perché tutte la volte che leggiamo il “libro funerario di marmo” sulla tomba di Don Luigi al Verano di Roma, dove è riportata la scritta: “Non si può amare a distanza, restando fuori della mischia, senza sporcarsi le mani, ma soprattutto non si può amare senza condividere”, pensiamo a un amico e a un fratello, che ha insegnato a tante persone, la carità cristiana e la solidarietà.

Luciano Di Pietrantonio


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