Perseverare è deprimente

Aldo Pirone - 15 giugno 2017

Giuliano Pisapia, com’è noto, si propone e, soprattutto, viene proposto come un protagonista del raggruppamento “campo progressista”, con il lodevole intento di federare le varie forze esistenti a sinistra del PD in chiave di “nuovo centrosinistra”.

L’ 1 luglio ci sarà una manifestazione a Piazza SS. Apostoli. Non un’assemblea di discussione e di confronto con gli altri per esaminare gli eventuali intenti comuni, le direttrici programmatiche, le forme e le indicazioni organizzative per lanciare sui territori una raccolta di forze per federarle e unificarle; no. Ci sarà, a quanto è dato sapere, un comizio da un palco su cui saliranno i reduci di una grande e piccola nomenclatura sconfitta. Una sorta di Ulivo bonsai in salsa retrò nel luogo che ne vide la nascita e i brevi successi.

Per carità, per rifare una sinistra decente, non si deve rottamare nessuno che sia disposto, sulla base di un esame critico e autocritico delle cose combinate negli ultimi lustri; fra queste, innanzitutto, le cattive abitudini leaderistiche e elitarie. Come si dice a Roma, “nun se butta via gnente”; e, quindi, nessuno che sia disponibile seriamente a reimpegnarsi su una nuova e più feconda frontiera della sinistra. Ma a patto che, nel merito e nel metodo, non si pensi di riproporre minestre riscaldate e, ormai, diventate rancide.

Anche Giuliano Amato, uno degli attori non secondari del declino del socialismo italiano, l’altro giorno sul “Corriere della sera” ha tentato di evidenziare a grandi linee, intervistato da Aldo Cazzullo, gli errori della sinistra nel “trentennio inglorioso”. L’ha fatto con il suo solito stile accademico usando un “noi” – per dire ciò che in quegli anni non si è compreso o si è fatto di sbagliato – che non si sa se fosse ascrivibile a un plurale maiestatis o a una chiamata in correo di altri leader.

Perciò bisogna discutere il “che fare” alla luce del sole, chiamando a questo impegno i grandi e i piccoli, soprattutto i giovani dell’associazionismo progressista nella società civile, quelli impegnati nelle lotte portate avanti in questi anni in difesa dei beni comuni e del lavoro, contro il precariato, contro le politiche seccamente neoliberiste e quelle, a queste subalterne, riformiste neoblairiane; e le lotte contro le pulsioni xenofobe e sovraniste a difesa e per l’applicazione della Costituzione con programmi ad essa coerenti.

A proposito di mancanza di luce nel dibattito, se non proprio di oscurità, l’altro ieri mi ha colpito una dichiarazione di Pisapia che, rispondendo a una domanda sui suoi rapporti con D’Alema, un altro protagonista di primo piano di un passato da non dimenticare per gli errori compiuti, ha detto: “D’Alema ha una visione diversa dalla mia. Io credo che serva un centrosinistra molto più aperto, in discontinuità con quello di questi anni, che non sia solo un’alleanza elettorale ma lavori sul programma. E i contenuti che stiamo elaborando in queste settimane sono decisivi”. Dal che si potrebbe dedurre che, invece, D’Alema sia per il centrosinistra old style. A prima vista non parrebbe sia questo il contendere, più che altro sembrerebbe che sia sulla ricostruzione in primis della sinistra. Ma sarebbe interessante che le due posizioni, sicuramente sussistenti, ed eventualmente anche le posizioni di altri, non fossero patrimonio solo di un ristretto gruppo di dottori ma rese edotte anche ai numerosi farmacisti e infermieri che abitano le infelici contrade della sinistra per poterle valutare e anche discutere.

Perché, caro Pisapia, nel nostro caso italiano, se errare è umano, perseverare, prima ancora che diabolico, appare solo deprimente.


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