Le versioni della fiaba di Cenerentola

Nel bicentenario dei primi 'Racconti' dei fratelli Grimm, un articolo di Cristina Bardella
di Cristina Bardella - 17 giugno 2012

Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Cristina Bardella apparso su "Rinascita" ((2012-06-15 12:00:00) dal titolo: Scarpette di vetro e d’oro: le storie di Cenerentola Le versioni della fiaba nel bicentenario dei primi "Racconti" dei fratelli Grimm.

Nel 1812 Jakob e Wilhelm Grimm pubblicavano il primo volume dei celebri "Racconti", riediti con integrazioni nel 1819. I due fratelli erano studiosi della storia del diritto e della letteratura tedesca; e se l’interesse per il folklore era ormai da decenni diffuso in molti Paesi europei, i Grimm fecero della loro ricerca un emblema dell’identità storico-culturale della Germania: non a caso i primi "Racconti" comparvero a Berlino in piena epopea napoleonica, in un clima geopolitico nutrito dalla risonanza dei "Discorsi alla nazione tedesca" di Fichte apparsi quattro anni prima.

Precursori delle ricerche sistematiche di tradizioni orali, i Grimm recuperarono storie rintracciabili anche in culture differenti nel tempo e nello spazio. Esempio significativo di un denominatore comune è "Cenerentola", verosimilmente di origini medievali francesi; dapprima la scarpetta (in realtà una pantofolina: la "pantoufle" è riscontrabile in quasi tutte le versioni, oltre alla "mule" e alla "pianella" di Basile) era di pelliccia di vaio, ossia il petit-gris siberiano che nel Medio Evo contraddistingueva l’alto rango di corte, magistratura e soprattutto degli ordini cavallereschi, da cui il "vaio" nella terminologia araldica.

Attraverso la trasmissione orale il "vair", vaio, divenne "verre", vetro; tuttavia, nelle versioni scritte, l’unica a calzare scarpette di vetro è la Cenerentola che l’immaginario collettivo identifica con il racconto del 1697 di Charles Perrault – archetipo del film di Disney, sia pure con elementi derivati dai Grimm -, ovvero la variante depurata dei concetti sgradevoli e delle componenti cruente insite nella tradizione: è la "Cendrillon" dello scrittore accademico di Francia ricercato dai sofisticati circoli di corte che, sul finire del regno di Luigi XIV, fuggivano una Versailles immalinconita e bigotta per riunirsi nel Palais Royal, residenza parigina del fratello del re, il brillante Filippo d’Orléans, alla cui figlia Elisabetta-Carlotta (per inciso futura nonna di Maria Antonietta) Perrault aveva già dedicato il manoscritto di altre famose fiabe. Una interpretazione datata di questa Cenerentola – e dei racconti di Perrault in genere – vuole che la raffigurazione della fanciulla bella e buona trattata ingiustamente in un contesto privo di genitori indegni, vendette e sangue, sia dovuta ad un intrattenimento rarefatto, un gioco di società letterario; leggendo peraltro i molti "racconti di fate" in voga a partire dal 1690 (cfr. "Les contes de Perrault dans tous leurs états", Omnibus 2007, contenente 11 fiabe in 96 varianti complessive), osserviamo una realtà diversa: vedi la "Finette Cendron" (pure del 1697) di Madame d’Aulnoy, autrice appartenente al medesimo ambito. "Finette" contempera fiaba aristocratica ed echi popolari. I genitori (veri) sono sovrani che hanno perduto il regno perché dissipatori; nell’impossibilità di mantenerle, allontanano a più riprese con l’inganno le tre figlie ma, con l’aiuto della fata madrina, la più giovane supera ogni prova fino ad impadronirsi del palazzo di un orco – da lei ucciso con un colpo d’ascia -, dove diventa "Cendron" poichè ridotta ai lavori umili dalle sorelle ingrate. La scoperta di un baule con abiti di gala le permette di andare al ballo dove "non" presenzia il principe, ma nel bosco perde una scarpetta di velluto rosso e perle, trovata quindi dal principe stesso; lui dichiara che non sposerà nessuna se non la proprietaria di una scarpetta tanto incantevole.

Le versioni popolari non mediate letterariamente annoverano la Cenerentola della tradizione còrsa: si chiama Ditu Migniulellu (ditino), è detestata dalla madre ma è amata dalla fata madrina; ha un primo incontro poco lusinghiero con il principe, che poi non la riconosce nella elegante creatura partecipante al ballo e che può ritrovare grazie ad un anello e non ad una scarpetta. Nei Pirenei esiste una variante di rilievo: è la Vergine Maria a vegliare su una fanciulla rinchiusa in cantina dai genitori che favoriscono l’altra figlia, cattiva e presuntuosa. La Santa Vergine (la "Consolatrice degli afflitti" della devozione mariana: siamo nella zona di Lourdes, e Bernadette è morta da appena tre anni al momento della pubblicazione di questo racconto) libera la giovinetta per farla assistere alla Messa; in chiesa il signore del luogo è subito preso d’amore e tenta invano di fermare la sconosciuta, che perde la scarpetta. Le ricerche portano infine alla cantina ed il signore conduce la fanciulla in chiesa dove già li attendeva il curato per celebrare le nozze.

Di segno diverso la pur vicina Guascogna, dove un re infuriato per un’apparente risposta irriguardosa e sobillato dalle figlie maggiori ordina la morte della minore; ma un valletto nasconde la fanciulla e le trova un lavoro di guardiana di tacchini in un regno vicino. Il re padre è scacciato dal suo palazzo dalle altre figlie che hanno corrotto un notaio; intanto l’eroina indossa un vestito "color di luna" serbato per lei dal valletto pietoso, va al ballo, fa innamorare il principe e perde una scarpetta rossa in pelle di Fiandra. Il resto è come da canone, se non che le sorelle vengono impiccate e poi seppellite in terra sconsacrata. La Aschenputtel dei Grimm, presa come detto dalla tradizione tedesca, ha matrigna, sorellastre ed un padre vivo quanto indifferente; assistita da piccioni e tortore, ossia non da una fata e tanto meno dalla Vergine – i Grimm erano calvinisti -, la fanciulla va ai balli del re vestita magnificamente: all’ultimo ballo il principe recupera la scarpetta d’oro della sconosciuta fuggiasca.

Altra variazione significativa è che le sorellastre riescono a calzare la scarpetta, ma solo perché la loro madre fa tagliare ad una l’alluce e all’altra il tallone; il principe si avvede dell’inganno, convola con Aschenputtel e i piccioni beccano gli occhi delle sorellastre. Scarpetta di satin bianco con fibbia di rubini per il lungo racconto della contessa de Ségur (nata Rostopchine: era la figlia del governatore di Mosca che ordinò l’incendio della città perchè Napoleone non trovasse che rovine), arricchito da temi delle fiabe letterarie settecentesche; ed assai complessa la storia tonchinese di Do Thàn "Le due sorelle Tàm e Càm", edita in Francia nel 1907, in cui la bella Tàm, vessata dalla matrigna e dalla sorellastra Càm, è protetta da Buddha. La fanciulla perde la scarpetta in una festa popolare ed il re la sposa; la matrigna causa però la sua morte per farla sostituire da Càm, mentre Tàm diviene un uccellino e poi una vecchia venditrice di thè finchè, tornata al suo aspetto e ritrovato il re, fa morire la sorellastra e ne fa servire il corpo cucinato alla matrigna ignara: la stessa sorte toccata ai perfidi figli della perfida regina Tamora nello shakespeariano "Tito Andronico".

Un posto particolare è dovuto alla versione contenuta nel "Cunto de li cunti" di Giambattista Basile, lo straordinario autore barocco amato, tra gli altri, da Croce e da De Simone (al quale si deve la nota trasposizione teatrale de "La Gatta Cenerentola"). Narratore del magnifico e del bizzarro, ed insieme miniera per storici e filologi per lo studio della Napoli del tempo, Basile unì, con una lingua dialettale composita e sontuosa, leggende popolari e cultura aristocratica, fabliaux medioevali francesi e novelle del Tre e Quattrocento. Zezolla è la figlia di un principe riammogliato con una donna malvagia. La fanciulla ha una maestra di ricamo di nome Carmosina, che la consola e le consiglia di attirare la matrigna ad un grosso baule col pretesto di mostrarle il contenuto, per poi farle cadere sul collo il pesante coperchio; la giovinetta esegue, la matrigna muore e l’astuta Carmosina sposa il principe. La nuova matrigna sottopone ad ogni angheria Zezolla, ridotta così a "Gatta Cenerentola", sguattera nel palazzo di suo padre; interviene una fata con una pianta magica di dattero che procura alla fanciulla splendide vesti ed una chinea all’arrivo di un re. Questi vuole fare conoscenza, ma ottenuta solo una vezzosa pianella ordina un banchetto con "pastiere, casatielli, maccheroni e graviuoli" per provare la calzatura alle convenute; il principe padre dice allora all’anfitrione di avere una figlia, una "creatura dappoco, non meritevole di sedere dove mangiate voi". Il re replica altero a tanta meschinità, la pianella è calzata e Zezolla è condotta sotto il baldacchino con la corona in capo.

Ricordiamo infine "L’exaucée" (1894), racconto singolare e macabro di Marcel Schwob - all’epoca ancora amico e traduttore di Oscar Wilde -, dove una Cenerentola senza madrina e con la sola compagnia di un gatto getta la scarpetta sulla strada maestra confidando nel passaggio del principe; e una carrozza di corte arriva davvero, ma è il carro funebre del principe atteso. 

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