Keita, profugo del Mali, e il giardino di piazza Galgano al Lamaro

Dedicato a Yaguine Koïta e Fodé Tounkara, trovati morti all’aeroporto di Bruxelles nel 1999. Neanche una targa a ricordarli
Aldo Pirone - 19 giugno 2017

Oggi è stata una mattinata di speranza. All’inizio no, l’ascolto della consueta rassegna stampa di radio radicale mi aveva francamente depresso. Poi sono uscito e rincontrato lungo via Giuseppe Chiovenda, al Lamaro, alcuni rifugiati neri che, come ormai fanno da giorni, pulivano i marciapiedi.

Hanno messo un cartello in cui dicono di voler lavorare e di volersi integrare e chiedono non l’elemosina ma un contributo al lavoro di pulizia che fanno accanto a cassonetti emananti un odore nauseabondo, circondati da mucchi crescenti di spazzatura divenute piccole discariche che l’Ama non riesce a smaltire. Alcuni sono vuoti perché la spazzatura che li circonda è diventata una cortina talmente impenetrabile che impedisce fisicamente ai volenterosi di conferire dentro l’apposito contenitore il proprio sacchetto.

A parte questo, la cosa che ha elevato il mio umore è stata quando ho visto uno di questi rifugiati collaborare con gli anziani che manutengono come un gioiello, ormai da undici anni, il giardino di Piazza Galgano.
Quel giardino è il frutto di un impegno di lotta dell’allora Comitato di quartiere e di un personaggio storico del mondo operaio romano, Agostino Medelina, metalmeccanico, militante della Fiom-Cgil e del PCI, che con la sua caparbietà smosse l’interesse del Sindaco Veltroni a riqualificare un terreno abbandonato alle deiezioni canine e al notturno spaccio della droga. Da allora e grazie alle diuturne cure del comitato di autogestione dei cittadini, quel luogo degradato e disperato è diventato un’oasi di pace e di socialità. Ritrovo di mamme e nonni che portano i bambini nell’area giochi, di badanti di varie etnie che portano i disabili all’aria aperta, di anziani che si ritrovano a chiacchierare, di lavoratori del vicino supermercato che, quando il tempo è buono, consumano lì l’ora del pasto.

Vedere stamattina questo giovane nero, di nome Keita, profugo dal Malì, che in guanti bianchi, particolarmente rilucenti sulla sua pelle nerissima, armato di rastrello seguiva passo passo uno degli anziani del comitato di gestione che gli dava indicazione di dove e come pulire, mi ha indotto a una certa commozione. E la ragione di ciò è che quel giardino, su proposta del vecchio Comitato di quartiere, fu intitolato a Yaguine Koïta, 15 anni, e Fodé Tounkara, 14 anni, due ragazzi della Guinea che il 28 luglio del 1999 furono trovati morti all’aeroporto di Bruxelles. Avevano viaggiato da Conakry, la capitale della Guinea, a Bruxelles, nascosti nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus A 330-300 della compagnia belga Sabena. Vestiti con diverse paia di pantaloni infilati l’uno sull’altro, maglioni, giacche e cappelli, ma con dei semplici sandali ai piedi, erano scivolati sotto l’ala, nel piccolo vano delle ruote. Oggi di loro resta solo una lettera, custodita nella tasca di uno dei due ragazzi, indirizzata alle “loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa”.

Questo il testo. “Loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa. Abbiamo l’onorevole piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dello scopo del nostro viaggio e della sofferenza di noi bambini e giovani dell’Africa. Ma prima di tutto, vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, adorabili e rispettosi. A tale fine, siate il nostro sostegno e il nostro aiuto, siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso: ve ne supplichiamo per l’amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l’amore per i vostri figli che voi amate come la vita. Inoltre per l’amore e la timidezza del nostro creatore ‘Dio’ onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, la ricchezza e il potere per costruire e organizzare bene il vostro continente e farlo diventare il più bello e ammirevole tra gli altri. Signori membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti. Al livello dei problemi, abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo, eccetera. Quanto ai diritti dei bambini, in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d’insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita, è perché soffriamo troppo in Africa e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Ciò nonostante noi vogliamo studiare, e noi vi chiediamo di aiutarci a studiare per essere come voi in Africa. Infine: vi supplichiamo di scusarci moltissimo di avere osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che noi dobbiamo lamentare la debolezza della nostra forza in Africa. Scritto da due bambini guineani. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara”.

Le amministrazioni comunali e municipali succedutesi dal 2007 non hanno trovato il tempo, malgrado numerose sollecitazioni, di mettere in quel giardino nemmeno una targa che ricordasse a tutti a chi e perché quel verde è stato intitolato a Yaguine e Fodé.

Vedere il nero Keita lavorare alla manutenzione del giardino intitolato, all’insaputa dei più, ai suoi giovani fratelli africani morti, è stato per me motivo di speranza per il futuro di questo nostro disgraziato paese e della sua capitale.

A cominciare dall’affissione di una targa che manca.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti