E’ da leggere “Il film delle emozioni” di Raffaele Calabretta

L'originale romanzo, edito da Gaffi, è pure in internet ed è ambientato a Montesacro e nel Parco dell'Aniene
Enzo Luciani - 19 luglio 2006

Raffaele Calabretta ha appena pubblicato il romanzo “Il film delle emozioni”, Gaffi editore, interamente ambientato nel quartiere Montesacro e nel parco fluviale dell’Aniene. Si tratta di un tentativo di divulgaziione scientifica in forma di romanzo che è disponibile oltre che nelle librerie, gratuitamente anche in internet all’indirizzo: http://www.gaffi.it/document/upload/ingegni/calabretta.pdf.


 


Al romanzo è stato anche dedicata una recensione sul Messaggero da Filippo La Porta  (che qui di seguito riportiamo).


 


Occhio, quel sorriso è falso


di Filippo La Porta


LO SAPEVATE che dei 19 sorrisi di cui è capace l’essere umano solo uno è autentico, nel senso che esprime una gioia vera? E si riconosce infallibilmente per una precisa caratteristica: coinvolge il muscolo orbicolare dell’occhio (muscolo che quasi nessuno riesce a contrarre a piacimento). Una informazione così preziosa la ricavo da un libro atipico e spiazzante: Il film delle emozioni di Raffaele Calabretta (Gaffi editore, 202 pagine, euro 12). Appartiene a quella letteratura di confine che mescola generi e registri diversi: romanzo, autobiografia, saggio di divulgazione scientifica, diario, ma anche manuale sull’arte del vivere…


E’ un anno della vita di Gabriele, che, proprio come l’autore, viene dal Profondo Sud, ha 40 anni e fa il ricercatore al Cnr; e anzi lavorando sulla simulazione al computer del cervello umano ha potuto ricostruirne in parte il funzionamento (perciò Calabretta è stato anche invitato a Yale). Ci si affeziona quasi subito a Gabriele, alla sua ansiosa fragilità e testardaggine di provinciale immigrato a Roma, ai suoi tanti e velleitari propositi di migliorare la propria esistenza: è al tempo stesso vigile e spaesato. Non gli mancherebbe nulla – bell’aspetto, carattere socievole, matrimonio riuscito, gratificazioni professionali – ma si sente insoddisfatto, demotivato e non sa perché. Iscrivendosi a un corso di yoga scopre di aver respirato male per 40 anni. Ogni mattina fa jogging allungando il tempo della corsa, convinto che il movimento “contrasta la perdita di neuroni dovuta alla depressione”. Ed è soprattutto ossessionato dalle emozioni: intende capire come funzionano e come si formano, quali sono le loro regole, attraverso quali tecniche si possono gestire, quali effetti hanno sul nostro benessere e sui nostri processi di ragionamento (sta anche scrivendo un film su di esse). Teme costantemente il giudizio degli altri: un’espressione facciale di qualcuno può metterlo in crisi. E anzi arriva a isolare la paura e la rabbia come le emozioni più negative, che dipendono da una ghiandolina arcaica e dispettosa, l’amigdala, incaricata di difenderci dalla realtà esterna (ma pare lo faccia in modo dispotico e con troppo zelo!). A un certo punto Gabriele approda ad una conclusione quasi taoista: scopre che è bene non prendere alcuna decisione, e anzi – paradossalmente – solo quando decidiamo di non fare più una cosa allora riusciamo a farla. Il libro si presenta come uno zibaldone digitale, composto di materiali eterogenei: pagine diaristiche, vignette, scambi di e-mail con persone reali (Nanni Moretti, Maurizio Nichetti…), riassunti di film e libri, notizie di cronaca, parti di sceneggiatura, brani di articoli scientifici, annotazioni… Tante forme narrative analoghe alle forme attraverso cui trasmettiamo le emozioni. Non ha una vera struttura romanzesca però si può leggere anche come un romanzo del nostro tempo, frantumato, ipertestuale e lievemente autistico (che tutti quegli scambi non rimandino ad un monologo appena dissimulato?).


Probabilmente le emozioni non si possono gestire, né comandare o disciplinare. Possiamo soltanto viverle. Già Svevo un secolo fa si era rassegnato alla misteriosa indocilità della nostra vita emotiva. Ed effettivamente Il film delle emozioni si può leggere come la cronaca minuziosa e impassibile di una ordinaria nevrosi. Gabriele ci appare quasi uno Zeno dalla coscienza incerta, aggiornata sugli ultimi risultati delle neuroscienze, malato immaginario pieno di buoni propositi. Ma non dispone dell’ironia del personaggio sveviano, né di quella di Woody Allen. Di fronte alla vita (che è poi l’unica vera “malattia”), di fronte all’urto potenzialmente devastante delle emozioni, è più disarmato. Anche se la maniacalità del protagonista nella cura di sé ha un effetto involontariamente comico: ad es. evita accuratamente tutti i pensieri autosvalutativi tipo “Sono un incapace, non valgo nulla…” .


Alla fine Gabriele non è riuscito a zittire l’amigdala, eppure ha scritto un libro, ed è quel libro che ora il lettore sta leggendo. La scrittura nel suo caso si è rivelata la migliore autoterapia e ha illuminato tutto quello che la neuroscienza non poteva riconoscere. E noi? Dopo la lettura non solo ne sappiamo un po’ di più sui sistemi cerebrali, non solo siamo divenuti più attenti a smascherare i 18 sorrisi simulati nei nostri interlocutori, ma abbiamo appreso una verità fondamentale: l’autocontrollo è sempre una illusione, dato che la vita umana è fragile e in particolare la vita delle emozioni è – fortunatamente – ingovernabile, come sapevano gli antichi.


Dicci cosa ne pensi per primo.

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