Baüscia

Aldo Pirone - 12 agosto 2017

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” scriveva Bertolt Brecht. Ma l’Italia più che di eroi avrebbe bisogno, nel campo politico, almeno di qualche persona normale. Attualmente, invece, è ben fornita, purtroppo, solo di cialtroni e ciarlatani. Il repertorio di maschere a disposizione è assai vasto e vi si trova di tutto.

Matteo Salvini

C’è il vecchio intramontabile corruttore, sempre pronto a farsi avanti e ad allungare le mani a destra e a manca; c’è il suo sosia, giovane toscano, detto “il bomba”, che usa spararle a raffica per non farsi dimenticare; c’è il comico genovese squinternato dallo sguardo stregonesco suscitatore di folle e follie elettorali; c’è l’ex ragazza romana post fascista divenuta post ragazza e rimasta fascista e, infine, c’è lui che li supera tutti: Matteo Salvini.

E’ uno che non sa che cosa sia la vergogna. Non ha mai lavorato, è sempre stato un politico di mestiere percependo stipendi notevoli. Anche lui, prima di tentare la sorte in politica con la Lega di Bossi, ci provò con la TV, partecipando appena dodicenne a “Doppio slalom”. Poi è cresciuto e ha creduto opportuno cimentarsi, a 20 anni, anche nel “Pranzo è servito”. Da cui uscì con qualche esperienza in materia, giacché cominciò la grande abbuffata d’incarichi istituzionali: consigliere comunale a Milano dal 1993 al 2012, deputato europeo e anche al parlamento nazionale nell’intervallo. Insomma a tavola c’è rimasto appiccicato, occupando, a volte, anche due posti contemporaneamente.

Milanese e milanista verace ha preso il diploma al Liceo classico Manzoni, ma la maturità no. Quella non l’ha mai avuta. Ha poi frequentato l’Università, facoltà di Storia, senza mai laurearsi perché – ha detto – che prima della laurea voleva la “Padania libera”. Con grande giubilo della laurea e anche della Storia che, terrorizzate di doversi accoppiare a un tale soggetto, furono ben felici di rimanere nubili.

Poi la Padania è sfumata nelle nebbie della corruzione bossiana e lui capeggia ora una Lega che ha rovesciato in nazionalista e xenofoba. Per fare audience, è solito insultare i Presidenti della Repubblica. Nel 1999 disse a Ciampi, in visita a palazzo Marino a Milano, che non era il suo Presidente rifiutandosi di stringergli la mano, Carlo Azeglio ne rimase sollevato. A Mattarella, l’altro ieri, ha detto di vergognarsi perché sugli immigrati non la pensa come lui. E anche Mattarella è rimasto contento di non avere i suoi stessi, si fa per dire, pensieri. Per non correre il rischio di uscire dalle fogne, che sono il suo elemento naturale, l’anno scorso commemorò da par suo la scomparsa di Ciampi accusandolo di essere “Un traditore dell’Italia e degli italiani”.

Nel suo frenetico agitarsi politico, Salvini ha combinato di tutto pur di farsi notare. Nel 1999, da capo dei giovani padani di Milano, fu condannato a 30 giorni di carcere per un lancio di uova contro l’allora Presidente del Consiglio D’Alema. Prima, nel 1997, sempre da giovane padano, capeggiò persino una lista comunista nella carnevalesca elezione del parlamento del nord ai tempi di Bossi. Credeva che la sua frequentazione giovanile del centro sociale milanese Leoncavallo lo rendesse credibile. Prese il 5%. La cosa deve essergli scottata perché ora, per riparare, non esita ad allearsi con i fascisti di ogni risma e sigla: da “Forza nuova” a “Casa Pound”.

Tra le qualità in cui eccelle, oltre a fare l’indossatore di felpe che esprimono il suo pensiero politico del momento, c’è sicuramente la coerenza. In particolare a proposito di euro. Nel 2012 diceva: “I meridionali? L’euro non se lo meritano, la Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta” Poi, su questa faccenda dell’euro, come per la Padania, due anni dopo ci ha ripensato. “L’euro è morto, ormai lo dice anche chi l’ha inventato. Diventeremo terzo mondo se non ne usciamo prima che la sua fine ci travolga … questa moneta è troppo forte, troppo sbagliata, fa bene solo alla Germania. L’Europa non sarà mai in grado di gestirla nell’interesse di tutti”.

Oddio, si può sempre cambiare idea sulle cose, ma sarebbe bene spiegarne il perché e, volendo, farsi anche qualche autocritica. Ma Matteo Salvini è al di fuori di simili complicanze intellettuali. Lui è uno che segue il vento del mercato politico. Prima, nella Lega, andava di moda prendersela con i meridionali, “i terún”, magari con i “colerici” napoletani come fece lui in un celebre balletto; ma oggi il mercato chiede improperi contro gli immigrati. Prima era lo sputazzo sul tricolore che portava voti nelle valli lombardo-venete; e Salvini non risparmiava la saliva. Nel 2011 si esibiva così a Radio 24: “Il tricolore non mi rappresenta, non la sento come la mia bandiera….A casa mia ho solo la bandiera della Lombardia e quella di Milano…Il tricolore è solo la Nazionale di calcio, per cui non tifo”. Tanto per chiarire fra lui e Carlo Azeglio Ciampi chi era il patriota.

Oggi a portare voti è l’insulto contro gli immigrati definiti nullafacenti, mantenuti a sbafo, grassatori e violentatori che rendono insicure le ridenti contrade del nord lombardo fino a oggi tranquillamente pacificate dall’infiltrazione di ‘ndrangheta e mafia.

Nel 2009 propose di riservare alcuni tram, bus e vagoni del metrò di Milano ai milanesi, in particolare “Alle donne che non possono sentirsi sicure per l’invadenza e la maleducazioni di molti extracomunitari”. Mentre al sicuro lo erano da Salvini che, viaggiando in macchina, i mezzi pubblici non li prendeva.

In un quarto di secolo il timido e impacciato giovane, un po’ allampanato, del “Pranzo è servito” che dichiarava, candidamente, al presentatore televisivo di essere “nulla facente”, è diventato il greve frequentatore di bar di terza categoria. Non più nulla facente, purtroppo.

Capelli corti, barba quanto basta, viso impagnottato dalla fatica quotidiana di spararle alzo zero con strafottenza, il giovane principe si è trasformato, al contrario della nota fiaba, nel rospo leghista. A baciarlo è stata la Lega di cui è diventato leader dopo l’immorale fallimento di Bossi, colpito dal figliolo scialacquatore e approfittatore, non un delfino ma una “trota”; e con lui dall’ignominia di un’intera classe politica leghista dedita ai bagordi con soldi pubblici. Il Salvini, essendo nelle seconde file, ha avuto modo di eclissarsi e di presentarsi con l’aureola del rinnovatore.

L’altro ieri ha preso di mira Roberto Saviano, minacciandolo di levargli la scorta se, per estrema sfortuna e disgrazia degli italiani, dovesse andare al governo. Non sa lo statista padano che le scorte non le decide il governo. Lui invece la scorta ce l’ha; sono militari ma sarebbero più consoni degli infermieri.

E’ considerato un leader, ma a Milano i tipi come lui li chiamano “Baüscia”*.

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*Baüscia. È un vocabolo dialettale, attestato in area lombarda atto a designare una persona che si dà delle arie, uno sbruffone. Letteralmente significa saliva, bavetta.


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