
Lo scrittore dal "congiuntivo sbagliato" Fabio Stassi, uno scrittore con un congiuntivo sbagliato nel nome ma che coglie senza errore le sfumature del sudamerica sua palese passione. 1) Fabio Stassi autore, come nasce? 10) Chi pensi che siano invece i tuoi lettori?
di Marco Piervenanzi
Nato a Roma nel 1962 e di origine siciliana, vive a Viterbo e lavora a Roma nella biblioteca universitaria Federico Chabod. Scrive sui treni, solitamente nella tratta Roma-Viterbo. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Un suo racconto è stato inserito nella raccolta Bonus Tracks, scrittori italiani per Rolling Stone (Oscar Mondadori, 2007). Per minimum fax ha pubblicato È finito il nostro carnevale (2007) e La rivincita di Capablanca (2008).
Fabio Stassi è stato intervistato nel corso di un incontro in una scuola di Tivoli.
Non so se si nasca autori o narratori. Di sicuro, nascere dura tutta la vita, ed è la cosa più difficile che tocca agli uomini, molto più difficile di morire. Un personaggio di romanzo nasce ogni volta che qualcuno legge la sua storia, e sono quindi i lettori a dare vita ai libri. Io posso dire solo che ho sempre avuto un commercio interiore con la fantasia, sin da bambino, e che da allora non ho smesso di trafficarci.
2) Ce la spieghi questa storia dell’errore nel cognome?
Andavo alle elementari, e la mia maestra, per spiegare il congiuntivo, mi faceva alzare in piedi, davanti al mio banco, e mi additava al resto della classe dicendo: “Non si dice che io stassi, come si chiama il vostro compagno, ma se io stessi!”. Poi mi lasciava risedere. Da allora, mi sono sempre sentito come una specie di errore grammaticale, un refuso, un congiuntivo sbagliato, con l’impressione di avere una qualche anomalia da riscattare. E forse è anche per questa lontana promessa infantile che scrivo.
3) Tu e la letteratura siciliana.
Io sono cresciuto a Roma, ma all’interno di una famiglia siciliana. Sono stato allevato in dialetto e la mia prima educazione narrativa l’ho avuta ascoltando in casa tanti racconti orali sull’emigrazione, la guerra, il dopoguerra... I primi grandi scrittori che ho conosciuto sono stati i miei nonni. Dopo, molto dopo, sono venuti i libri. Nella letteratura siciliana ho ritrovato la mia identità, delle voci che parlavano di cose che conoscevo e che non mi stanco mai di leggere: Pirandello, Brancati, Tommasi, Sciascia, Bufalino, Consolo, Camilleri...
4) Hai scritto due libri: 'La rivincita di Capablanca' ed 'E’ finito il nostro Carnevale'… Cuba, Brasile, atmosfere latine, Sudamerica… la stessa anima, le passioni, a volte un messaggio politico?
Ancora più della Sicilia, il Sudamerica rappresenta il sud del mondo... tutti i sud... per me è come un’appartenenza, un riconoscermi in quelle speranze, in quel desiderio di riscatto, nell’allegria e nella tristezza con cui prendere la vita. È una musica di fondo. E, certo, anche la scelta di una parte, quella diseredata e offesa.
5) Minimum Fax con cui hai pubblicato questi due libri è nota al pubblico oltre per l’assoluta qualità dei suoi autori per la sua particolare e accattivante grafica. Questo lo sai che può aiutarti? Certo poi ci sei tu che riempi con il contenuto un bel vestito.
La copertina è più che mai importante nella fabbricazione dell’oggetto libro. Deve incuriosire, attirare l’attenzione su un volume piuttosto che su un altro, tra pile e pile di pubblicazioni. Ma al tempo stesso, essere coerente al romanzo, sintetizzarlo con una sola immagine, con un disegno. È un lavoro che può essere entusiasmante, e anche molto divertente, e alla Minimum Fax si entusiasmano, e si divertono, e cercano insomma di fare le cose con molta attenzione. Uno dei loro illustratori recentemente ha anche vinto un premio internazionale assai prestigioso. Segno che hanno lavorato bene. In tutti i casi, quando si arriva alla scelta della copertina, è sempre un bel momento, pieno di aspettative.
6) Chi è Capablanca e perché Capablanca diventa il tema di un libro.
José Raul Capablanca è stato uno dei più grandi giocatori di scacchi del primo Novecento. Un genio che si manifestò da bambino. Un’intelligenza portentosa, e misteriosa anche. Una macchina di combinazioni che produsse un gioco razionale, elegante e impeccabile che è una delle tante forme che può assumere la bellezza. È diventato il tema di un mio libro, una mia ossessione, per la sua storia particolare di uomo a cui è stata negata una possibilità di rivincita, una seconda occasione. Capablanca perse infatti il titolo del mondo contro un altro gigante degli scacchi, Alekhine, ma questo non gli concesse mai un’altra sfida.
7) Il gioco degli schacchi è una metafora della vita?
Gli scacchi, per i maestri e i campioni, non sono un gioco. Sono davvero una cosa spietata e dura come la vita, ma anche piena di fantasia e di bellezza.
8) E questo Carnevale che finisce?
Il titolo di quella storia è il primo verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Acabou nosso carnaval” (è finito il nostro carnevale). La scrisse un mercoledì delle ceneri, mentre si instaurava in Brasile una dittatura. E’ un verso triste, che parla della fine di tutte le speranze, di tutti i carnevali che vogliono cambiare il mondo e hanno una loro idea della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà. Ma altri carnevali possono ricominciare, e ora la nostra speranza si chiama Obama.
9) Quando scriviamo siamo un pò noi i personaggi? Scegliamo un personaggio che ci piace per poi svilupparne una storia? Oppure cerchiamo di vivere la storia che ci piace attraverso le vicende del personaggio?
Tra personaggi e autori i rapporti sono di sicuro promiscui, ma un personaggio deve sempre cercare di guadagnarsi la sua autonomia. Quando ci riesce, apre la porta e se ne va in giro per il mondo sulle sue gambe e a volte può capitarci persino di incontrarlo.
Ogni volta che ne conosco uno, o mi si avvicina un ragazzo per dirmi che ha letto un mio libro, per me è un enorme regalo e la cosa continua a sorprendermi. Se si potesse, li abbraccerei tutti, uno per uno, per ringraziarli.
11) Oggi cosa diresti ai non lettori?
L’amore per la lettura non si può imporre. Se c’è una cosa che ha a che fare con la libertà e non con la costrizione, è proprio l’azione di leggere. É una passione che si può soltanto sperare di contagiare, come un virus.
18/05/2009
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