Archivio della Categoria 'Associazione inquilini e proprietari'

Auguri!!!!!!!!

lunedì 22 dicembre 2014

AUGURO A TUTTI VOI UN SERENO E FELICE NATALE E CHE IL 2015 PORTI A VOI TUTTI, TUTTO CIO’ CHE DESIDERATE.
Annamaria Addante

L’Arena deve diventare più incisiva

domenica 21 dicembre 2014

La trasmissione l’Arena deve evitare di fare confusione, perché quanto affermato dal cons.radicale Maggi che l’Ater e il Comune dovrebbero cacciare dalle case popolari quelli che superano il reddito è solo propaganda politica perché la legge consente loro di rimanere con un canone aggiuntivo concordato.

Questi politici TUTTI si riempiono la bocca di stupidaggine invece che studiare e affrontare il problema seriamente.

L’unico che ha detto una cosa seria è stato Vespa che ha citato il piano Fanfani.

Infatti è una vita che lo sto dicendo dopo il piano Fanfani degli anni 60, dopo c’è stato il vuoto.

E la sinistra che è andata a governare , mi dispiace dirlo, ma ha fatto solo casini.

Politici cialtroni hanno prodotto quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, ma perché prima nessuno vedeva? Nessuno sapeva? Ma per piacere a chi volete prendere in giro?

Inoltre qualcuno mi dovrebbe spiegare come si fa ad assegnare un alloggio occupato a una famiglia con 4 figli, la denuncia fatta oggi da quel padre di famiglia che sta nel residence da 17 anni è vergognoso e guarda caso è accaduto nella 4 Zona.

Sarebbe interessante sapere come sono andate esattamente le cose.

Inoltre, non è venuto fuori che vivono nei residence pagati fior di milioni di euro che sono pieni di blatte, che gli ascensori sono rotti, e che i 700 e passa mila euro vengono pagati per servizi inesistenti, che le famiglie vivono come in un carcere, CHE LA COSA PIU’ GRAVE LE USCITE DI SICUREZZA SONO CHIUSE CON CATENE E LUCCHETTI, questa è la verità vista con i miei occhi e anche con i loro.

INCREDIBILE, MA VERO!

domenica 21 dicembre 2014

Giovedì 18 dicembre di pomeriggio mi arriva una telefonata sul mio cellulare e una voce femminile mi dice è la sig.ra Addante? Si sono io chi è? Il ministro Riccardo Nencini le vuole parlare, aspetto qualche secondo e poi la voce del ministro mi dice: sig.ra Addante le comunico che abbiamo tenuto in considerazione le cose che ci ha detto, ed abbiamo modificato la legge in questo modo: ” all’assegnatario verrà fatta la proposta di acquisto del suo alloggio al prezzo stabilito dalla commissione e se non vuole acquistare potrà scegliere tra una gamma di proposte alternative un nuovo alloggio, se sceglie l’alternativa il suo alloggio sarà venduto all’asta.

La ringrazio Ministro, no sono io che ringrazio lei che ci ha aiutato a non commettere errori.

Questa breve e concreta telefonata è il risultato dell’incontro che ho avuto con il ministro tempo fa e che vi avevo comunicato
e che ha portato i suoi frutti.

Vi posso garantire che all’incontro non sono stata tenera con il ministro e ne con il suo segretario, perché chi mi conosce sa bene che non mi faccio suggestionare dal potere tutt’altro.

Ringrazio il ministro Riccardo Nencini e spero che tutti ne prendano esempio, ascoltare la gente è sempre utile e fruttuoso.

Okkupazioni, beffa da 33 milioni

sabato 20 dicembre 2014

Okkupazioni, beffa da 33 milioni

Tanto si risparmierebbe dal distacco delle utenze previsto dalla legge

Occupare costa, anche ai romani, che in totale ogni anno si sobbarcano una spesa di oltre 30 milioni di euro, per l’esattezza 33 milioni 472mila euro, per mantenere un’illegalità diffusa di cui ormai è difficile anche stabilire i confini.

Perché, come si legge nell’ultimo report della commissione Sicurezza di Roma Capitale, aggiornato al 13 aprile 2013, assieme alle utenze a carico della collettività, alle risorse stanziate per l’emergenza alloggiativa alternativa, ai mancati introiti dei proprietari dei palazzi che magari potrebbero essere affittati, ci sono tutta una serie di «costi vivi» collaterali che è complicato stimare. Per esempio, è il caso del Teatro Valle, potrebbero diventare una «tassa pubblica» anche i soldi necessari alla ristrutturazione dopo anni di occupazione.

Oppure, situazione paradossale che ha coinvolto Cotral Patrimonio spa, hanno impegnato tempo, energie e soldi anche le battaglie legali ingaggiate per evitare che le bollette (salate) di energia ed acqua continuassero ad essere recapitate alla sede di via Bernardino Alimena.

Ieri il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Maurizio Lupi, in un’intervista al Corriere della Sera, è tornato sul tema del blocco delle utenze, taglio di luce e gas in realtà già previsto dalla legge 80, in vigore da maggio, che in estrema sintesi contempla – pur prevedendo un fondo per la morosità incolpevole – l’impossibilità per gli occupanti abusivi di ottenere la residenza o l’allaccio dei servizi, luce acqua o gas, al domicilio violato. Questo sulla carta, perché la realtà è un’altra cosa, come dimostrano i numeri raccolti dal consigliere regionale del Lazio Fabrizio Santori, che ha affrontato il capitolo costi partendo proprio dalla mappa dell’illegalità più evidente, che dunque già esclude tutta quella serie di casistiche meno eclatanti. Complessivamente, ha contato Santori, la spesa annua per i 58 immobili occupati, 40 pubblici e 18 privati, supera i 33 milioni di euro. Dentro questa cifra enorme ci finisce di tutto, dal pagamento delle bollette cui i proprietari, pubblici o privati, devono comunque far fronte, alla mancata rendita se si tratta di stabili che potrebbero essere affittati fino ai danneggiamenti che, decine di situazioni dimostrano, sono una costante della fine «dell’acampada». Pesano, sul bilancio della collettività, anche i ritardi negli sgomberi e di conseguenza le soluzioni alternative poste in essere per affrontare l’emergenza abitativa, come i cosiddetti «residence» per i quali il Comune di Roma onora contratti di locazione per un importo complessivo annuo di oltre 28 milioni di euro, più 1 milione e 300mila euro per le utenze.

Entrando nel dettaglio del report, si parte dall’esame degli stabili pubblici di medie dimensioni, scuole, centri sportivi o teatri: 24mila euro per il mancato riutilizzo, per esempio la perdita di un affitto per svolgere attività, 16mila euro per l’acqua e 8mila per la luce, 50mila euro (stima ‘molto prudenziale’ si specifica tra le pagine) per gli eventuali danni, 40 milioni di euro per l’assistenza alloggiativa temporanea e così via. Si sommano, poi, i domicili privati, che scontano soprattutto l’impossibilità di poter riconvertire e mettere a reddito l’immobile. Se il tema è quello delle utenze, indicativa è la vicenda che ha riguardato la palazzina di proprietà di Cotral Patrimonio spa, società del trasporto regionale, in via dei Radiotelegrafisti, a sud di Roma. L’occupazione abusiva, da parte di circa 300 persone per lo più extracomunitari provenienti dal residence Bravetta, comincia nel 2008. «Non pagare», scrive l’azienda in calce ad ogni bolletta che arriva a partire da quella data. Tutte le utenze, però, restano allacciate ed attive, con una sola conseguenza possibile: un conto di oltre 350mila euro, recapitato da Enel ed Acea, che poi la società ha tentato di non pagare mettendo tutto in mano ai legali. «Già nel 2010 questa società ha comunicato al prefetto che il Tribunale penale di Roma aveva ritenuto di disporre il sequestro preventivo dell’immobile, contestualmente si chiedeva con urgenza qualsiviglia intervento ritenuto opportuno per dirimere la vicenda», ha più volte precisato la spa, annunciando anzi la possibilità di intentare una causa contro il Comune di Roma e richiedere il risarcimento danni per l’intera durata dell’occupazione. Un cortocircuito istituzionale che, anche questa volta, ricadrebbe sulle casse pubbliche. In questo senso, del resto, vanno letti i rilievi della Corte dei conti in riferimento alla vicenda «storica« del Teatro Valle. Trascorsi più di tre anni dall’arrivo degli abusivi, i pubblici ministeri di via Baiamonti hanno aperto un fascicolo che intende fare luce sia sull’occupazione in sé sia sulla fornitura dei servizi in capo all’amministrazione capitolina, che durante tutto questo tempo ha provveduto al pagamento di acqua, energia elettrica, riscaldamento e tariffa dei rifiuti. Oltre alla beffa, in questo caso, non si esclude potrebbe configurarsi il danno erariale.

Erica Dellapasqua
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Ma la cosa vergognosa è che la Regione Lazio ha fatto una delibera per dare l’alloggio a tutti coloro che avevano occupato immobili pubblici fino a dicembre 2013 , ma che bravi in Regione, ma il Presidente e il vice difendono gli occupanti? E i cittadini per bene che sono in lista di attesa da anni che fanno?

Il 1 gennaio 2015 la rivoluzione all’Ater?

sabato 20 dicembre 2014

Con il 1 gennaio 2015 dovrebbe essere messa in atto la famosa mobilità anticorruzione messa in atto all’ATER di Roma, abbiamo visto tale mobilità e sinceramente ci viene da sorridere, quale anticorruzione è stata applicata?

La dott.ssa Grassia ce la dovrebbe spiegare se ne è in grado, perché tali spostamenti dovrebbero essere fatti all’insaputa degli stessi attori e non magari rimetterli nello stesso posto dove avevano compiuto atti non tanto leciti.

Anzi certi personaggi dovrebbero essere messi in uffici dove non si ha possibilità alcuna di poter agire in proprio.

Inoltre mi auguro che tale personale prima di essere spostato venga formato per il nuovo incarico per alcuni di questi non sano nulla di ciò che debbono andare a fare, per cui sarebbero in balia dei dipendenti e dei capi sezione, magari alcuni capi sezione nominati dal 1 gennaio 2015, ma con quale criterio ? RACCOMANDAZIONI? Speriamo di no!

Però rimaniamo perplessi in quanto per la classe dirigente la mobilità è stata fatta solo per 2 dirigenti su 5 e per gli altri?
Inoltre sembrerebbe che il dirigente del servizio manutenzione avrebbe rifiutato di gestire il settore patrimonio (tanto chiacchierato x la sua arretratezza e lentezza) visto che sta per andare in pensione,e riteniamo giustamente se è vera la situazione in cui versa tale servizio,ma all’ora perché il direttore lo affida ad un altro dirigente che sta andando in pensione anche lui?
Perché non se lo è tenuto lui visto che è anche architetto, per cui la persona più adatta e magari facendo un gruppo di tecnici che avrebbero dovuto lavorare per rimetterlo in sesto sotto la sua guida?

Certe scelte veramente sono incredibili, come è incredibile che vi sono funzionari INAMOVIBILI e che tra l’altro lavorano in uffici molto, molto delicati e a rischio.

Ma i SINDACATI dell’ATER di Roma che fanno? DORMONO o sono consenzienti?

Ma che possiamo dire e fare noi poveri mortali? Pregare solo Dio che ci pensi Pignatone? Ma forse questa volta esageriamo.

A chi si e a chi no!

sabato 20 dicembre 2014

Certo che questa Ater è proprio una anomali in se stessa, basti dire che tutte le sue sei zone non marciano allo stesso livello, per non dire poi che in alcune zone dovrebbero metterci persone culturalmente adeguate a svolgere tale incarico e non per raccomandazione politica, ma superiamo anche questa anomalia, ma che nelle zone, ma non in tutte se sei raccomandato ti fanno subito il contratto, altrimenti possono passare decenni lo vogliamo dire?

Mi chiedo perché nessun direttore ha mai indagato su questi fatti?

Ci sono zone che dietro raccomandazione di personaggi illustri dell’Ater e della regione a qualcuno(così si dice) abbiano già fatto il contratto della legge 27/06, mentre nella stessa zona ancora devono definire i contratti della 33/87 e di tutte le altre sanatorie.

E’ proprio vero questo Paese se non sei raccomandato sei finito.

Aveva ragione RITA ADRIA: ” la mafia siamo noi con i nostri comportamenti e con le nostre azioni”

“Corrotti e mafia, patto che fa paura» Pignatone lancia la questione morale

sabato 20 dicembre 2014

il capo della procura
“Corrotti e mafia, patto che fa paura» Pignatone lancia la questione morale

Il capo della Procura all’assemblea democrat: appalti e trasparenza, modificare le regole Allarme «in aumento le denunce per tangenti»

di Alessandro Capponi

La lezione (alla politica) del capo della Procura. «La premessa, per parlare di Roma: non tutto ciò che non è reato corrisponde a una buona amministrazione…». Quando al Teatro Quirino, alla conferenza del Pd, parla il procuratore Giuseppe Pignatone, c’è un silenzio totale, interrotto qua e là dagli applausi: sarà che l’uomo ha una storia di impegno, di dedizione alla giustizia, di lotta alla criminalità organizzata, ma sarà anche per ciò che dice. Una sferzata. Un resoconto dettagliato dei rapporti tra mafie e politica, amministratori locali, imprenditori. Non viene mai nominato, ma certo c’è il caso Di Stefano sullo sfondo (il deputato Pd accusato di aver intascato mazzette). Soprattutto, la relazione del capo della Procura offre un quadro deprimente per la Capitale, fatto di «rapporti ambigui», e testimoniato anche dalle inchieste, da quel «miliardo di beni sequestrato nel 2014», «dai reati contro la pubblica amministrazione, uno dei problemi maggiori di Roma». Quando smette di parlare, salutato dal lungo applauso, l’ex capogruppo Pd in Comune, Francesco D’Ausilio, parla di «una nuova questione morale per Roma».

Dal narcotraffico alle frodi

Chiude così la sua relazione, Pignatone: «Giovanni Falcone diceva che sulla scrivania di ogni magistrato e di ogni investigatore dovrebbero essere incise le parole “Possiamo sempre fare qualcosa”. Forse, dico io, queste parole dovrebbero essere incise anche sulla scrivania di ogni politico e di ogni amministratore…». La presenza mafiosa va al di là dei reati che, pure, non mancano: «Sono in aumento le denunce per tangenti». Chiede di «cambiare le regole, sugli appalti, sulla trasparenza, basta con il ricorso continuo all’emergenza». Servono «meccanismi premiali, come per i collaboratori di giustizia, per il corrotto o per il corruttore che fornisca elementi utili alla condanna della controparte». Anche «se poi – fa notare – le regole sono importanti ma sono le persone che fanno la differenza…». Chiaro, no?
La situazione, in città, è complessa: «Narcotraffico, reati informatici che crescono in maniera esponenziale, terrorismo, colossali frodi in danno agli enti pubblici e dell’Unione europea, fino alla grande evasione fiscale». L’elenco è lungo.

La causale dell’assegno? «Tangente»

Del resto «le indagini hanno dimostrato la presenza della criminalità organizzata di tipo mafioso, di almeno due organizzazioni a Ostia, una collegata a Cosa Nostra, entrambe pronte a far ricorso alla violenza». Ma, attenzione, non c’è solo la violenza: «A Roma ci sono altri mezzi, c’è la corruzione. La criminalità aspetta che gli aggiustino le gare d’appalto, aspetta i tempi della burocrazia, della politica…». E dunque nella Capitale esiste «il rischio di un accordo tra mafia e altro, di un patto che non si basa sulla paura ma sulla reciproca convenienza». A differenza di quanto accade con la povera gente, «il politico in questo accordo è in una posizione di forza rispetto al mafioso». Non parla solamente di eventi previsti dal codice penale, ma «anche di etica». Di certo, «alle casse pubbliche vengono sottratti miliardi». Miliardi. Certo, «nessuna categoria può dirsi immune, neanche quella dei magistrati» ma è chiaro che il suo discorso, di fronte alla platea politica, ha tutt’altro bersaglio. A volte, dice, «cadono le braccia. Abbiamo sequestrato un carnet di assegni, la causale era di una sola parola, “tangente”». Scritta proprio così: senza traccia di pudore, di vergogna, di timore.

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Caro Procuratore è ora di fare veramente pulizia in tutti gli angoli di Roma, in tutti gli uffici e in tutte le Aziende.

INVITO TUTTI AD UNA ATTENTA LETTURA E POI VALUTATE LA RIORGANIZZAZIONE DELL’ATER DI ROMA

venerdì 19 dicembre 2014

Rotazione dei dipendenti, strumento principale #anticorruzione #PA
Pubblicato il 14 settembre 2013 di rilievoaiaceblogliveri
L’approvazione definitiva del piano nazionale anticorruzione accende tutti i cilindri del motore per guidare alla completa attuazione delle previsioni della legge 190/2013. In particolare, ora le amministrazioni dispongono degli strumenti per proporre ed adottare il piano triennale anticorruzione entro la scadenza del 31 gennaio 2014. Per quanto, vista la ponderosità degli adempimenti richiesti, essa scadenza appaia molto probabilmente soggetta a rinvii.
Il Pna (piano nazionale anticorruzione), in particolare nel suo allegato 1, chiarisce in maniera corretta alcuni aspetti della disciplina e, soprattutto, fornisce l’indice dei contenuti del piano triennale che ciascuna amministrazione deve adottare, indicando anche le misure da utilizzare, tra le quali, particolare interesse assume quella della rotazione di dirigenti e dipendenti.
Prima di soffermare l’attenzione su di essa, è utile sottolineare alcuni passaggi estremamente importanti dell’allegato 1 al Pna.
Natura del piano triennale. Molte amministrazioni che hanno avviato i lavori per adottare i piani anticorruzione e per la trasparenza, sono incorse in un errore: hanno ritenuto che tali documenti abbiano natura e contenuti regolamentari. E spesso hanno prodotto dei regolamenti con contenuti sostanzialmente ripetitivi delle disposizioni già fissate dalla legge 190/2013 e dal d.lgs 33/2013, con poche tabelle contenenti qualche azione ed obiettivo anticorruzione e per la trasparenza.
La Civit, nella sua nuova (ed esclusiva) veste di Autorità Nazionale Anticorruzione, spiega che le cose non stanno affatto così. “Il P.T.P.C. quindi è un programma di attività, con indicazione delle aree di rischio e dei rischi specifici, delle misure da implementare per la prevenzione in relazione al livello di pericolosità dei rischi specifici, dei responsabili per l’applicazione di ciascuna misura e dei tempi. Il P.T.P.C. non è un documento di studio o di indagine, ma uno strumento per l’individuazione di misure concrete, da realizzare con certezza e da vigilare quanto ad effettiva applicazione e quanto ad efficacia preventiva della corruzione”. E precisa che rispetto alle aree di rischio “il P.T.P.C. deve identificare le loro caratteristiche, le azioni e gli strumenti per prevenire il rischio, stabilendo le priorità di trattazione”.
Dunque, non ha nulla a che vedere con i regolamenti. E’ un documento operativo, semmai da inquadrare tra quelli di programmazione e definizione di obiettivi, azioni e risultati. Ribadisce la Civit: “Il P.T.P.C. deve quindi essere strutturato come documento di programmazione, con l’indicazione di obiettivi, indicatori, misure, responsabili, tempistica e risorse”.
Responsabilità nella redazione e gestione del piano. La legge 190/2012 ha puntato sulla figura del responsabile unico della prevenzione della corruzione per far funzionare i meccanismi di contrasto alla prevenzione.
Il legislatore ha dato l’impressione che tutto il carico gravi su questa figura, ma non poteva essere così e la Civit lo conferma in molti passaggi dell’allegato 1 al Pna.
Spiega la Civit: “Nonostante la previsione normativa concentri la responsabilità per il verificarsi di fenomeni corruttivi (art. 1, comma 12, l. n. 190) in capo al responsabile per la prevenzione, tutti i dipendenti delle strutture coinvolte nell’attività amministrativa mantengono, ciascuno, il personale livello di responsabilità in relazione ai compiti effettivamente svolti. Inoltre, al fine di realizzare la prevenzione, l’attività del i responsabile deve essere strettamente collegata e coordinata con quella di tutti soggetti presenti nell’organizzazione dell’amministrazione”.
Fondamentale, in particolare, è il ruolo della dirigenza. Secondo la Civit “tutti i dirigenti per l’area di rispettiva competenza:
 svolgono attività informativa nei confronti del responsabile, dei referenti e dell’autorità giudiziaria (art. 16 d.lgs. n. 165 del 2001; art. 20 d.P.R. n. 3 del 1957; art.1, comma 3, l. n. 20 del 1994; art. 331 c.p.p.);
 partecipano al processo di gestione del rischio;
 propongono le misure di prevenzione (art. 16 d.lgs. n. 165 del 2001);
 assicurano l’osservanza del Codice di comportamento e verificano le ipotesi di violazione;
 adottano le misure gestionali, quali l’avvio di procedimenti disciplinari, la sospensione e rotazione del personale (artt. 16 e 55 bis d.lgs. n. 165 del 2001);
 osservano le misure contenute nel P.T.P.C. (art. 1, comma 14, della l. n. 190 del 2012)”.
Inoltre, tutti i dipendenti dell’amministrazione partecipano al processo di gestione del rischio, osservano le misure contenute nel P.T.P.C. , segnalano le situazioni di illecito al proprio dirigente o all’ufficio dei procedimenti disciplinari, segnalano casi di personale conflitto di interessi.
Dunque, responsabilità e funzioni sono molto più diffusi di quanto uno sguardo sommario alla normativa possa lasciar pensare.
Resta, in ogni caso, l’unicità della figura del responsabile della prevenzione della corruzione, tanto che, secondo la Civit “i compiti attribuiti al responsabile non sono delegabili, se non in caso di straordinarie e motivate necessità, riconducibili a situazioni eccezionali, mantenendosi comunque ferma nel delegante la responsabilità non solo in vigilando ma anche in eligendo”.
Sono ammessi, invece, “referenti”, cioè collaboratori del responsabile anticorruzione, dotati di poteri di vigilanza e controllo molto ampi, operanti in sedi staccate in enti di specifica complessità, fermo restando il sistema di competenze e responsabilità.
Incarichi. Molto opportuna e chiarificatrice è la precisazione della Civit in merito agli incarichi non soggetti ad autorizzazione, secondo la disciplina dell’articolo 53, comma 6, del d.lgs 165/2001.
Moltissime amministrazioni hanno ritenuto di estendere a tali incarichi le disposizioni restrittive e di contrasto al cumulo di incarichi esterni nei confronti dei dipendenti pubblici. Ma si trattava di un’interpretazione del tutto sbagliata ed eccessiva.
La Civit lo chiarisce molto bene: “non deve essere oggetto di comunicazione all’amministrazione lo svolgimento di un incarico gratuito di docenza in una scuola di danza da parte di un funzionario amministrativo di un ministero, poiché tale attività è svolta a tempo libero e non è connessa in nessun modo con la sua professionalità di funzionario); continua comunque a rimanere estraneo al regime delle autorizzazioni e comunicazioni l’espletamento degli incarichi espressamente menzionati nelle lettere da a) ad f-bis) del comma 6 dell’art. 53 del d.lgs. n. 165 del 2001, per i quali il legislatore ha compiuto a priori una valutazione di non incompatibilità; essi, pertanto, non debbono essere autorizzati né comunicati all’amministrazione”.
Rotazione dei dipendenti. La Civit spende molto per illustrare l’importanza che ritiene rivesta la rotazione dei dirigenti e dei dipendenti, come strumento fondamentale per contrastare la corruzione.
Oggettivamente, infatti, la corruzione, intesa nel senso più ampio del reato e, cioè, come comportamenti tesi a subordinare l’interesse privato dell’attore pubblico (anche in accordo con i privati) rispetto all’interesse generale, potrebbe può essere favorita dall’incrostarsi di funzioni, responsabilità e relazioni negli stessi incarichi, non fosse altro per la confidenza e la forza dell’abitudine che emergono.
Secondo la Civit “L’alternanza tra più professionisti nell’assunzione delle decisioni e internazionale nella gestione delle procedure, infatti, riduce il rischio che possano crearsi relazioni particolari tra amministrazioni ed utenti, con il conseguente consolidarsi di situazioni di privilegio e l’aspettativa a risposte illegali improntate a collusione”.
La rotazione, pertanto, allontana il privilegio o la consuetudine e la prassi, che possono finire per favorire coloro che sono capaci di intessere relazioni con i dipendenti e dirigenti inamovibilmente inseriti in un certo ruolo, a discapito di altri. E già questo è un comportamento corruttivo, perché corrompe, lede il principio di imparzialità e parità di condizioni.
Non è un caso, sottolinea la Civit, che la legge 190/2012 si riferisca alla rotazione più volte. All’articolo 1 comma 4, lettera e), nel quale si assegna al Dipartimento della Funzione pubblica il compito di definire criteri generali per assicurare la rotazione dei dirigenti nei settori particolarmente esposti alla corruzione. All’articolo 1, comma 5, lettera b) ai sensi del quale le pubbliche amministrazioni centrali definiscono e trasmettono a Palazzo Vidoni procedure appropriate per selezionare e formare, in collaborazione con la Scuola superiore della pubblica amministrazione, i dipendenti chiamati ad operare in settori particolarmente esposti alla corruzione, prevedendo, negli stessi settori, la rotazione di dirigenti e funzionari. All’articolo 1, comma 10, lettera b), per effetto del quale il responsabile della prevenzione procede alla verifica, d’intesa con il dirigente competente, dell’effettiva rotazione degli incarichi negli uffici preposti allo svolgimento delle attività nel cui ambito è più elevato il rischio che siano commessi reati di corruzione.
Ma, la rotazione già dalla riforma Brunetta, il d.lgs 150/2009, è stata considerata come strumento fondamentale di trasparenza e contrasto alla corruzione. Infatti, è stata inserita come una delle misure gestionali proprie dei dirigenti: l’articolo 16, comma 1, lett. l quater, del d.lgs 165/2001 prevede che dirigenti, con provvedimento motivato, facciano ruotare il personale coinvolto in procedimenti penali o disciplinari per condotte di natura corruttiva.
Tuttavia, la rotazione dei dirigenti e del personale presenta non indifferenti profili di delicatezza e complessità, dal momento che si pone in chiaro conflitto con l’altrettanto importante principio di continuità dell’azione amministrativa, che implica la valorizzazione della professionalità acquisita dai dipendenti in certi ambiti e settori di attività. Inoltre, può costituire forte ostacolo alla rotazione anche la dimensione degli uffici e la quantità dei dipendenti operanti. La rotazione è oggettivamente più semplice laddove le risorse siano maggiori.
La Civit, però, ricorda che lo strumento della rotazione non deve essere visto come una misura da applicare acriticamente ed in modo generalizzato a tutte le posizioni lavorative. Infatti, detta misura di prevenzione del rischio di corruzione impone alcuni passaggi preliminari. In primo luogo, occorre identificare in via preventiva gli uffici e servizi che svolgono attività nelle aree a più elevato rischio di corruzione.
E’ prevalentemente in questi ambiti che la rotazione degli incarichi deve essere utilizzata come strumento tipico anti corruzione. Ovviamente, anche in settori non identificati a priori è possibile avvalersene ricorrendone i presupposti, ma come “misura” operativa e da programmare col piano triennale va connessa all’identificazione delle aree a maggior rischio.
Occorre, poi, individuare in via preventiva anche le modalità di attuazione della rotazione in modo da contemperare le esigenze dettate dalla legge con quelle dirette a garantire il buon andamento dell’amministrazione. S’è detto prima del condizionamento della dimensione della struttura, variabile fondamentale della misura della rotazione. Il piano triennale, allora, dovrà contenere criteri generali, anche fissando i tempi della rotazione. La Civit ricorda di tenere presente le disposizioni sulla partecipazione sindacale. In realtà, quest’ultimo riferimento non giova certo alla linearità del percorso da seguire. La rotazione, infatti, è qualificata, come visto prima, come potere gestionale datoriale e, come tale, l’unica relazione sindacale formale prevista è quella dell’informazione successiva, sempre, però, che sia stabilita dalla contrattazione nazionale collettiva, la quale mancherà ancora per anni.
La relazione sindacale di cui parla la Civit, dunque, non esiste. Solo su base facoltativa e volontaria, le amministrazioni potrebbero avviare una consultazione informale, nella quale tenere conto di eventuali suggerimenti dei sindacati, senza dover stipulare alcun accordo in merito.
Particolare delicatezza riveste la rotazione degli incarichi dirigenziali. Tale ambito è totalmente sottratto alla contrattazione ma, si deve ritenere, a qualsiasi tipo di relazione sindacale, essendovi una sottrazione espressa nel d.lgs 165/2001, che del resto, all’articolo 19, riconnette il conferimento degli incarichi ad elementi legati alla professionalità acquisita dai dirigenti ed ai risultati conseguiti.
Anzi, a ben vedere, la rotazione si pone in palese contrasto con i criteri fissati dal citato articolo 19 per il conferimento degli incarichi dirigenziali, giacchè detta norma punta sulla continuità, dimostrata appunto dalla competenza e dai risultati ottenuti. Difficile, in effetti, assegnare ad un dirigente valutato come competente e in grado di conseguire i risultati previsti dai programmi un incarico diverso da quello che va in scadenza. Non è, infatti, un caso che la rotazione, inizialmente prevista come ordinario sistema di attribuzione degli incarichi col d.lgs 29/1993, sia stata successivamente eliminata, proprio perché contrastante con i principi di merito e continuità dell’azione amministrativa.
La legge 190/2012 l’ha ripristinata, ma evidentemente al solo scopo di utilizzarla appunto come misura particolare, per casi di specifico rischio.
Dunque, la rotazione degli incarichi dirigenziali va regolata in modo che il metodo sia “previsto nell’ambito dell’atto generale contente i criteri di conferimento degli incarichi dirigenziali approvato dall’autorità di indirizzo politico” e, accanto, identificare “un nocciolo duro di professionalità per lo svolgimento delle attività proprie di ciascun ufficio o servizio a rischio di corruzione”, allo scopo di assicurare la continuità. Il nocciolo duro non riguarda le persone, ma le competenze. Tuttavia, come più volte rilevato, la quantità ristretta di personale può essere un rilevante problema.
La Civit spiega che “il livello di professionalità indispensabile è graduato in maniera differente a seconda del ruolo rivestito nell’unità organizzativa (responsabile o addetto)”. Tendenzialmente, è maggiormente fungibile la professionalità medio-bassa. Ma è proprio la professionalità medio-alta che generalmente si innesta in incarichi di vertice che, proprio per questo, possono rivelarsi a particolare rischio, perché è da lì che passano decisioni, spese, contratti.
Naturalmente, per garantire che la rotazione non comprometta il funzionamento degli uffici ed il patrimonio di abilità presenti, occorre coinvolgere il personale “in percorsi di formazione e aggiornamento continuo, anche mediante sessioni formative in house, ossia con l’utilizzo di docenti interni all’amministrazione, con l’obiettivo di creare competenze di carattere trasversale e professionalità che possano essere utilizzate in una pluralità di settori”. Ciò, a parità di risorse, rende più agevole la rotazione. Il problema consiste nel reperire le risorse. Ottimo il suggerimento della formazione interna, ma occorre in ogni caso tempo e capacità.
Certo, sottolinea la Civit, è possibile anche “lo svolgimento di formazione ad hoc, con attività preparatoria di affiancamento, per il dirigente neo-incaricato e per i collaboratori addetti, affinchè questi acquisiscano le conoscenze e la perizia necessarie per lo svolgimento della nuova attività considerata area a rischio”.
Resta il fatto che nei piccoli comuni o in uffici organizzati in nuclei lavorativi molto piccoli la rotazione è cosa estremamente difficile, anche perché può rompere meccanismi, sempre molto delicati, di organizzazione e relazioni reciproche. La rotazione può influire anche sul benessere dei lavoratori, fatto anche della possibilità di colleganza e intesa tra loro.
Per quanto riguarda lo specifico problema della rotazione del personale dirigenziale addetto alle aree a più elevato rischio di corruzione, la Civit indica che “la durata dell’incarico deve essere fissata al limite minimo legale”, che, comunque, è di tre anni, non poco.
Invece, per il personale non dirigenziale, secondo la Civit “la durata di permanenza nel settore deve essere prefissata da ciascuna amministrazione secondo criteri di ragionevolezza, preferibilmente non superiore a 5 anni”. Le disposizioni organizzative dovrebbero comunque anche tenere conto anche delle esigenze organizzative, tra le quali appunto spiccano quelle dimensionali.
La Civit non si sofferma su un suggerimento pratico che per gli enti o gli uffici di piccole dimensioni appare l’unico utile a contemperare la rotazione con esigenze di competenza, professionalità e continuità amministrativa: la rotazione delle pratiche. Occorre, cioè, fare in modo che i dipendenti non intessano relazioni strette o continuative sempre con gli stessi interlocutori e far esaminare pratiche e documenti da più soggetti. In questo modo, pur rimanendo fermi i dipendenti, ruotano le pratiche e si riduce il rischio di incrostazioni.
Particolarmente delicato è il problema posto dalla Civit con la seguente affermazione: “per il personale dirigenziale, alla scadenza dell’incarico la responsabilità dell’ufficio o del servizio deve essere di regola affidata ad altro dirigente, a prescindere dall’esito della valutazione riportata dal dirigente uscente”.
Il riferimento è sempre alle aree di particolare rischio, ma l’indicazione della Civit non può considerarsi accettabile.
Infatti, essa, in primo luogo, trova spunto solo nel Pna, cioè in un documento amministrativo al quale si attribuisce, in questo modo, la funzione di innovare l’ordinamento ed introdurre disposizioni giuridiche non esistenti. Non è previsto da nessuna parte, tanto meno nella legge 190/2012, che l’applicazione della misura della rotazione implichi automaticamente (anche se la Civit si affida a formule vaghe come il “di regola” per attenuare la portata della propria affermazione) la necessità di assegnare il dirigente ad altro incarico, addirittura prescindendo dalla valutazione riportata.
Tale indicazione, non sorretta dalla legge 190/2012, si pone in contrasto insanabile con l’articolo 19, comma 1, del d.lgs 165/2001, ai sensi del quale “Ai fini del conferimento di ciascun incarico di funzione dirigenziale si tiene conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati ed alla complessità della struttura interessata, delle attitudini e delle capacità professionali del singolo dirigente, dei risultati conseguiti in precedenza nell’amministrazione di appartenenza e della relativa valutazione, delle specifiche competenze organizzative possedute […]”.
La Civit, che pure è nata per supportare le amministrazioni nei sistemi di valutazione (funzione poi “scaricata” all’Aran), dovrebbe sapere meglio di altri quale importanza rivesta la valutazione ai fini del conferimento degli incarichi dirigenziali.
Sarebbe stato molto più conforme a legge affermare, allora, che in applicazione del principio di rotazione, il sistema di valutazione deve tenere particolare conto della capacità dimostrata dal dirigente ad attuare i principi e le misure anticorruzione, fissando indicatori particolari, cui attribuire un particolare peso nella valutazione, proprio per costruire un percorso motivazionale idoneo e rispondente a legge, finalizzato a modificare l’incarico. Dalla valutazione non si può prescindere, ma si deve essere capaci di tenerla in considerazione nel giusto modo.
La Civit ricorda che agevola il processo di rotazione il potere, proprio del dirigente in qualità di datore di lavoro, di “mutare il profilo professionale di inquadramento del dipendente, nell’ambito delle mansioni equivalenti nell’ambito dell’area o qualifica di appartenenza”, fondamentale per attuare la misura.
In particolare “in caso di notizia formale di avvio di procedimento penale a carico di un dipendente (ad esempio perché l’amministrazione ha avuto conoscenza di un’informazione di garanzia o è stato pronunciato un ordine di esibizione ex art. 256 c.p.p. o una perquisizione o sequestro) e in caso di avvio di procedimento disciplinare per fatti di natura corruttiva, ferma restando la possibilità di adottare la sospensione del rapporto, l’amministrazione
- per il personale dirigenziale procede con atto motivato alla revoca dell’incarico in essere ed il passaggio ad altro incarico ai sensi del combinato disposto dell’art. 16, comma 1, lett. l quater, e dell’art. 55 ter, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001;
- per il personale non dirigenziale procede all’assegnazione ad altro servizio ai sensi del citato art. 16, comma 1, lett. l quater;
- per le categorie di personale di cui all’art. 3 del d.lgs. n. 165 del 2001 applica le misure cautelari previste nell’ambito di ciascun ordinamento e, salvo disposizioni speciali, l’art. 3 della l. n. 97 del 2001; l’applicazione della misura va valutata anche se l’effetto indiretto della rotazione comporta un temporaneo rallentamento dell’attività ordinaria dovuto al tempo necessario per acquisire la diversa professionalità”.
Poi, la Civit si riferisce alla mobilità, che, a suo dire, “specialmente se temporanea, costituisce un utile strumento per realizzare la rotazione tra le figure professionali specifiche e gli enti di più ridotte dimensioni”.
Lo stesso concetto si ritrova nell’intesa raggiunta in sede di Conferenza unificata il 24 luglio 2013, per l’applicazione della legge 190/2012 in regioni, enti locali ed enti del servizio sanitario nazionale.
Anche in questo caso, si introducono istituti giuridici per atti amministrativi, al di fuori delle previsioni di legge.
La mobilità è regolata in modo esaustivo ed esclusivo dall’articolo 30 del d.lgs 165/2001, che non contempla affatto la caratteristica della “temporaneità”, requisito immaginato senza alcuna base dalla Civit e dalla Conferenza unificata.
Un’invenzione che non suscita dubbi di legittimità, ma la certezza della sua illegittimità. Semmai, tra enti di piccole dimensioni sono possibili il distacco o incarichi a scavalco. Ma la mobilità è una cessione del contratto a titolo definitivo. A meno di non immaginare un continuo ping-pong di cessioni di contratto tra enti, che oggettivamente appare uno dei tanti rischi di iperburocratizzazione nascosti (ma non troppo) nelle norme su anticorruzione e trasparenza..
In ogni caso, la Civit indica una carta di riserva, “nel caso di impossibilità di applicare la misura della rotazione per il personale dirigenziale a causa di motivati fattori organizzativi”. E’ possibile applicare la misura “al personale non dirigenziale, con riguardo innanzi tutto ai responsabili del procedimento”. Anche se, lo si ribadisce, risulta molto più semplice e parimenti efficace (a meno di non avere evidenze di comportamenti corruttivi) la rotazione delle responsabilità dei procedimenti, più che quella dei responsabili dei procedimenti.

GIOVEDI 18 tutti al municipio VII CINECITTA’ h.14.30

mercoledì 17 dicembre 2014

ROMA CAPITALE
^ Municipio Roma VII
21 novembre 2014
prot.229597

Risoluzione

Oggetto: vendita patrimonio ERP
PREMESSO CHE la vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (di seguito denominati alloggi ERP) rappresenta una tra le iniziative destinate a rilanciare l’intervento pubblico nel settore della casa, per risolvere e contenere il fenomeno del l’emergenza abitativa;

Che l’accezione “alloggi ERP” si riferisce ad immobili acquisiti, realizzati o recuperati a totale carico o con il concorso o con il contributo dello Stato, della Regione o di enti pubblici territoriali, nonché con i fondi derivati da contributi dei lavoratori, ai sensi della legge 14 febbraio 1963 n. 60.

che con delibera n.237 del 26 novembre 2007 la Giunta Veltroni approva un piano di vendita che riguarda 30.000 appartamenti a condizioni vantaggiose;

CONSIDERATO CHE:nel giugno 2010 a seguito della Delibera del G.C. n. 39/08 – Dismissione del patrimonio immobiliare ERP, la Società Risorse per Roma ha inviato agli inquilini la “COMUNICAZIONE INFORMATIVA” in cui erano specificate le modalità di acquisto a cui fare riferimento a cui hanno risposto 2700 persone versando la quota di euro 2000.00 come da condizioni riportate nella stessa informativa;

che nel maggio 201 I la Società Risorse per Roma aveva perfezionato solo 7 contratti il piano triennale ne prevedeva 7.400 e che ad oggi ne sono stati venduti 840 alloggi circa;

che nel novembre 201 1 il primo parere deH’Avvocalura in sostanza stravolgeva le norme in vigore riguardo il superamento del reddito, gli eventuali “abusi”, i patrimoni in proprietà e gli eredi di coloro che erano morti nel frattempo, creando alcuni ritardi e difficoltà agli inquilini in procinto di acquistare;

Finalmente il 18 maggio 2014. a seguito di proteste fatte dall’associazione inquilini, che ha obbligato finalmente il Comune a rispondere agli assegnatari ai quali l’alloggio non sarebbe stato venduto per superamento reddito e arrivate le prime sentenze del TAR, perviene il secondo parere dell’Avvocatura il quale esprime parere positivo in merito all’art. 48 comma 4 lettera b) della L.R. 27/2006 che prevede: “hanno litoio all’acquisto degli alloggi ERP, purché in regola con il pagamento del canone, degli oneri e delle indenti ite) prima della stipula dell’atto di compravendita, i figli non conviventi dell’assegnatario, su richiesta dell’assegnatario, purché in possesso dei requisiti per la permanenza nell’assegnazione di alloggi ERP” (lettera B);
tale parere contiene anche altri elementi, tra i quali gli abusi edilizi e afferma che si può vendere, con l’obbligo di sanare entro 120 giorni dal rogito.

CONSTATATO CHE l’Avvocatura ha motivato il parere positivo stabilendo che: il legislatore ha inteso estendere la facoltà di acquisto dell’immobile a soggetti diversi dall’assegnatario e dai componenti del nucleo familiare conviventi con lo stesso pur prevedendo delle limitazioni ossia la sussistenza udei requisiti per la permanenza nell’assegnazione di alloggi ERP”;
che suddetto parere favorevole indica che non assume alcun rilievo il decesso del l’assegnatario purché, ovviamente, esso avvenga dopo l’avvenuta designa/ione mentre, ragionando diversamente, si limiterebbe la norma che consente anche ai lìgii non conviventi designati dall’assegnatario, l’acquisto dell’alloggio ERP;

CONSIDERATO CHE Ad oggi si registrano numerosi e gravi ritardi nella vendita degli alloggi agli assegnatari, mettendo questi ultimi in seria difficoltà e. soprattutto da quanto si apprende mezzo stampa, trascorsi 5 anni dalla prenotazione l’inquilino potrebbe perde il diritto all’acquisto.

che l’Associazione Inquilini e Proprietari ha più volte sollecitato il Dipartimento Patrimonio, Sviluppo e Valorizzazione di Roma Capitale a procedere per la regolare vendita degli immobili;

che la VII Commissione Capitolina Patrimonio e Politiche Abitative lo scorso 4 giugno ha audito le rappresentanze dell’Associazione Inquilini e Proprietari e dalla stessa Commissione è emersa la necessità di avviare immediate disposizioni agli Uffici per la corretta applicazione delle norme in materia di vendita alloggi ERP con l’avvertenza che, in caso di eventuali ed ulteriori inadempienze, ne risponderanno personalmente i Dirigenti responsabili della corretta e tempestiva applicazione delle leggi in materia;

VISTO CHE Nel territorio del Municipio Roma VII sono interessati dal processo di vendita circa 250 immobili siti in Via C. Cipolla, Via C. Ferrini, Via S. Prisco (cfr. da allegato (B) i quali hanno ricevuto la lettera di acquisto nel giugno 2010 da Risorse per Roma;

che il Dipartimento (111 U.O. Alienazione e Gestione ERP) a seguito del primo parere dell’avvocatura in una nota del maggio 2013 scrive: “le vuluiaziuni dell ‘Avvocatura non consentono di attribuire alla Romeo Gestioni I ’intero iter del processo di dismissione de! patrimonio ERP e di fatto lasciano pressoché inalterate le attività di specifica competenza dell amministrazione nonché quelle Risorse per Roma SpA che ad oggi, nelle more del bando di gara europeo, la Società Risorse per Roma risulta essere il gestore “unico” della vendita del patrimonio ERP in quanto la Romeo Gestioni dal 20 ottobre scorso non gestisce più le case ERP del Comune di Roma, ma vengono gestite direttamente da Risorse per Roma;

che questo ulteriore passaggio rischia notevolmente di bloccare ulteriormente le pratiche di acquisto per tutti gli inquilini che hanno regolarmente inviato la documentazione e il relativo acconto richiesto nel lontano 2010:
che attualmente si sono verificati numerosi disagi dal punto di vista del normale svolgimento dei condomini e in particolare risulta essersi ripresentato il problema dei riscaldamenti Hegli immobili.

TUTTO CIO’ PREMESSO E CONSIDERATO IL CONSIGLIO DEE MUNICPIO ROMA VII RISOLVE DI IMPEGNARE LA PRESIDENTE E LA GIUNTA
Ad attivarsi presso il Sindaco e l’Assessorato competente a:

• modificare celermente le procedure sinora adottate dagli Uffici del Dipartimento Patrimonio che stanno causando gravi ed ingiustificati ritardi nella vendita degli alloggi agli assegnatari ovvero di applicare quanto disposto dall’ Avvocatura nel maggio scorso affinché gli inquilini aventi diritto possano finalmente procedere all’acquisto delle case ERP;

• a chiedere all’Assessorato competente di adoperarsi in tempi rapidi e certi affinché venga superata la fase di stallo che sta colpendo soprattutto i cittadini dei nostri territori;

• sapere, inoltre, quanti alloggi vengono venduti al giorno.

La 4 Zona perchè non fa mai i contratti?

mercoledì 17 dicembre 2014

Io credo che il primo compito di una Azienda seria, sia quello di selezionare il proprio personale e verificare se nei suoi uffici attuino tutti lo stesso metodo in rapporto alle problematiche relative alla gestione degli immobili.

Perché dal nostro osservatorio possiamo solo constatare che questa omogeneità di comportamenti non c’è assolutamente.

Ci sono alcune Zone che si comportano correttamente, mentre altre applicano metodi che con la legalità e la trasparenza non hanno molta vicinanza.

Ma nonostante le nostre ripetute critiche e denunce nulla accade.

Il direttore dovrebbe chiedersi il perché in alcune zone ci sono assegnatari che aspettano il contratto da decenni, occupanti abusivi del 1956 sanati con la legge 33/87 ancora non hanno avuto la fortuna di avere un contratto in mano, inoltre a tali assegnatari a causa di ciò è stata anche preclusa la vendita del proprio alloggio.

Infatti in un complesso di sei scale dove gli alloggi sono stati tutti venduti,13 assegnatari stanno ancora aspettando i comodi della 4 zona che si degni di fargli i contratti.

Caro Direttore Rosi, forse è il caso che tu dia un’occhiatina più attenta alla tua Azienda e ai tuoi collaboratori, selezionandoli in base non solo alla produttività, ma soprattutto alla qualità, cosa rara all’Ater di Roma.

Ci sono funzionari e dipendenti che quando hanno una pratica in mano da lavorare, hanno l’accortezza di esaminarla tutta, di verificare tutti i documenti che vi sono all’interno del fascicolo e poi applicare correttamente la legge.

Mentre altri non lo aprono nemmeno il fascicolo, ma scrivo all’assegnatario solo e unicamente in base all’ultimo evento, senza nessuna responsabilità professionale e con una noncuranza ed egoismo, dimenticando che dietro quel foglio c’è una vita umana la quale ha diritto di rispetto e di legalità e trasparenza.

Infatti ho visto lettere di decadenza inviate a persone che avevano tutto il diritto di rimanere nell’alloggio ed infatti ci sono rimaste, ma prima di rivolgersi a noi o all’avvocato sono andate al pronto soccorso per un rialzo di pressione che le ha fatte stare male a causa di tali lettere.

E’ questo il nuovo che ci aspettavamo da Modigliani e da Rosi?

CHE DELUSIONE!!!!!!!

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