13 agosto 1943: piovono bombe sul cielo di Roma

La cronaca del secondo tragico bombardamento alleato sulla Capitale. Il caso del treno Lecce-Roma, distrutto dalle bombe sulla Casilina, davanti alla chiesa di Sant’Elena. Il coraggio di don Raffaele Melis, parroco di Sant’Elena
Francesco Sirleto (Delegato alla Memoria storica del V municipio) - 11 agosto 2017

Tra gli eventi accaduti a Roma durante la seconda guerra mondiale uno dei più noti e sedimentati nella memoria popolare è costituito dal terribile bombardamento alleato del 19 luglio 1943, quello che colpì e rase al suolo buona parte del quartiere San Lorenzo.

Giustamente questo bombardamento è ancora oggi ricordato da tutti i romani, a causa sia delle sue dimensioni e conseguenze (circa tremila vittime), ma anche e soprattutto perché determinò la caduta di Mussolini e del regime fascista: infatti passarono pochi giorni e la notte tra il 24 e il 25 luglio si svolse la seduta del Gran Consiglio del fascismo, con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi; il pomeriggio dello stesso 25 luglio Vittorio Emanuele III fece arrestare Mussolini a Villa Savoia.

Tuttavia, come tutti sappiamo, la caduta di Mussolini non rappresentò la fine della guerra: il nuovo Governo Badoglio, infatti, decretò la continuazione di essa “a fianco dell’alleato germanico”. Ciò fu il motivo che determinò il successivo grande bombardamento del 13 agosto: gli Alleati, che si aspettavano da parte dell’Italia l’inizio formale di trattative per un immediato armistizio, vollero punire l’atteggiamento incerto e dilatorio di Badoglio, timoroso di rappresaglie da parte dei nazisti, già presenti in forze sul nostro territorio; di conseguenza il bombardamento del 13 agosto doveva spingere il nuovo Governo italiano a mettere da parte qualsiasi dubbio e tentennamento.

In effetti la decisione degli Alleati conseguì l’obiettivo di dare inizio a trattative segrete tra alti esponenti militari italiani e lo Stato Maggiore Alleato, in quel momento posizionato in Sicilia. Dal punto di vista delle conseguenze immediate, il bombardamento del 13 agosto colpì soprattutto i due quartieri di Appio-Tuscolano (in primis la zona di Villa Fiorelli) e il quartiere a ridosso di Porta Maggiore, chiamato già allora “Pigneto”, sebbene nella toponomastica del Governatorato il nome ufficiale fosse quello di “Prenestino Labicano”.

Le vittime del bombardamento del 13 agosto

Le vittime “accertate”, secondo un conteggio curato dalla Questura e diramato il successivo 19 agosto, furono 376, senza contare il più elevato numero di feriti e di mutilati, e senza contare i circa 50 corpi che non fu possibile identificare perché carbonizzati o sfigurati o ridotti in brandelli.

Centinaia furono le case e le palazzine colpite; in particolare, al Pigneto, furono danneggiate molte case in via Casilina, in via Marin Sanudo, in via dell’Acqua Bullicante, in via Galeazzo Alessi, in Largo dei Savorgnan, in via Pausania, in via Zurla, via di Villa Serventi, in via Ignazio Danti e in altre strade del quartiere. Furono colpite anche una caserma di Pubblica Sicurezza, il convento delle Suore Spagnole, l’Acquedotto Felice che, a causa della rottura della condotta idrica in vari punti, riversò un fiume di acqua soprattutto sul quartiere di Torpignattara.

Colpito anche il treno proveniente da Lecce in attesa di entrare a Termini

Un episodio, tra gli altri, risultò particolarmente tragico e causò un elevato numero di vittime: la distruzione del treno Diretto n. 92 proveniente da Lecce-Taranto-Bari, stracarico di militari, di civili, di sfollati dall’Africa Orientale Italiana. Il treno, alle 11 del mattino, era fermo sulla ferrovia proprio dirimpetto alla chiesa di Sant’Elena, in attesa di poter entrare nella stazione Termini; i passeggeri erano quindi tutti in piedi e carichi dei loro poveri bagagli. All’improvviso piovvero bombe dal cielo e fu una carneficina.

Il coraggio e sacrificio del parroco don Raffaele Melis

Il parroco della vicina chiesa, don Raffaele Melis, originario della Sardegna, cercò di prestare i soccorsi più urgenti: facendo la spola tra la chiesa e il treno mentre le bombe continuavano a cadere, trascinò in chiesa un imprecisato numero di feriti, alcuni dei quali grazie al coraggioso prete si salvarono.

Padre Melis non fu altrettanto fortunato: colpito da una bomba, morì all’istante; aveva 57 anni, essendo nato il 25 marzo del 1886 a Genoni, in provincia di Nuoro. Anche a Padre Melis, fulgido esempio di coraggio e di solidarietà, il Municipio V (inteso come Istituzione, ma anche come cittadinanza) è debitore di gratitudine, la quale deve e può esprimersi attraverso iniziative che ne tramandino la memoria.


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  1. Mi chiedo se c’è stato da parte degli alleati un qualche risarcimento per i morti causati da un bombardamento non giustificato , quasi una punizione per l’Italia, che a quel punto non aveva più nessun collegamento con i nazisti, in quanto Badoglio non era emanazione di Mussolini, ma di un paese che lo aveva ormai liquidato. In questa prospettiva bene hanno fatto i G.A.P. a fare l’attentato di via Rasella , per far capire la posizione degli italiani verso il Fascismo. Penso sia stato un atto importante in quel determinato momento storico.

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